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venerdì 20 maggio 2016

Il purgatorio (Lo Specchio - parte IV)

20.5.16

Eccoci dall'altra parte dello specchio. Come spiegato la scorsa settimana, con oggi inizia la seconda parte dei racconti, che riprenderanno specularmente situazioni già viste per mostrarci altri punti di vista e possibilità. Lungo il cammino, stando attenti, potremmo riconoscere elementi, luoghi o personaggi che abbiamo già incontrato in passato. Buona lettura!

Il purgatorio

Eccone un altro che iniziava a parlare. L'ennesimo specchio così diverso e così uguale agli altri, identico nella sua speranza e nella sua presunzione che il semplice fatto di avere una storia alle spalle facesse di lui qualcosa più del mero oggetto che in realtà era.
Ormai da mesi si trovava in quello stanzino, confinato in un lager di specchi abbandonati che annegavano la propria disperazione e senso di solitudine nell'effimera convinzione che insieme tutti loro fossero qualcosa più che un gruppo di superfici riflettenti inanimate.
L'illusione nasceva dalla consapevolezza mancata (o più probabilmente inconsciamente nascosta a sé stessi) che senza qualcuno che li utilizzasse loro erano meno che niente, in pericoloso bilico tra l'esistenza e l'inesistenza. Fintanto che rimanevano confinati in quel luogo infernale erano condannati all’inutilità.
Eppure la maggior parte di loro si disperava quando qualcuno entrava e li sceglieva. Ah, come avrebbe voluto essere al loro posto! Era come se là dentro si fosse creata una fratellanza, nella convinzione che un mondo di soli specchi potesse essere possibile. Passavano la giornata a raccontarsi storie del passato, di ciò che erano, di quello che facevano. Come facevano a non rendersi conto che non erano loro a scegliere? Che non potevano fare a meno di riflettere e che non erano loro a decidere cosa specchiare e quando farlo?
Ovviamente lui non aveva mai partecipato a quel ridicolo e ipocrita rituale. Era sempre rimasto in silenzio e quando qualcuno lo aveva chiamato in causa aveva rispettosamente rifiutato l'offerta. A volte, sentendoli parlare, provava l'incontenibile voglia di gridare a tutti quanti ciò che realmente pensava, ma alla fine desisteva e resisteva nella speranza che presto qualcuno, varcando la porta che divideva quel luogo dal mondo reale, lo scegliesse e lo portasse via da lì.

Non era mai stato un entusiasta e aveva sempre svolto il suo compito passivamente: d’altronde l’unica cosa che il mondo si aspettava da lui era al contempo l’unica che sapeva fare e che non poteva fare a meno di fare. Non c’era un modo giusto o sbagliato di riflettere o uno più o meno accurato: quando qualcuno si poneva davanti a lui, sulla sua superficie si creava automaticamente un’immagine speculare. E lui non poteva fare proprio nulla per evitarlo.
A dirla tutta il suo problema non era quello di essere o meno utile a degli esseri umani: quello purgatorio semibuio e sospeso in una quasi ininterrotta immobilità gli sarebbe andato più che bene come posto se non fosse stato circondato da tutti quegli inutili chiacchieroni.
“Non immaginate che fatica stare dietro a quei bambini! Non stavano fermi un attimo e naturalmente io dovevo ritrarre tutto!” iniziava uno e subito un altro a ruota “Come ti capisco! Non sai che sollievo quando arrivava la notte e finalmente potevo riposare un po’...”
A quel punto arrivava inevitabilmente il tipo che, con l’aria di chi la sapeva lunga sbottava “Magari avessi avuto i vostri problemi! Vent’anni in quella stanza e se mi passava davanti qualcuno almeno una volta al mese era già un miracolo! A volte avevo paura di dimenticare come si facesse a ritrarre il movimento!” Quante idiozie!
Per fortuna di tanto in tanto il traghettatore (qualcuno lo chiamava “Il Rigattiere”) entrava nella stanza e si portava via uno o due di quegli oggetti petulanti, salvo poi sostituirli con altrettanti nuovi arrivati.

Eccolo! Come richiamato dai pensieri dello specchio l’uomo entrò nella stanza seguito a ruota da una coppietta che si stringeva la mano.
Il Rigattiere premette l’interruttore accanto alla porta e una luce fioca e appena percettibile sbocciò dal soffitto, come se la lampadina, appesa in alto come un impiccato giustiziato da tempo e dimenticato sulla forca, si fosse appena svegliata da un lungo letargo e faticasse a prendere vigore.
Dalla sua posizione riusciva a vedere bene i due ragazzi: ne studiò l’espressione interessata mentre si guardavano intorno e gli parve di cogliere una punta di disgusto sul volti di lei. Scegliete me. Scegliete me. Scegliete me. Si sorprese a pensare intensamente mentre i due si consultavano sotto voce. Poi ad un certo punto il dito di lei puntò nella sua direzione.
Era fatta! Finalmente se ne sarebbe andato da quell’inferno! Niente più discorsi! Basta coi lamenti! Addio ai vani racconti! Si lasciò andare ad un grido di gioia mentre il ragazzo si avvicinava a lui. Aveva appena appoggiato le mani sulla sua cornice quando la voce della compagnia da dietro lo richiamò: “No, che fai? Ma lo vedi quanto è brutto? Intendevo quello accanto!”
Non colse subito quello che stava succedendo. Sentì la presa del ragazzo allentarsi di colpo e lo vide spostarsi di lato accanto a lui. Se qualcuno avesse lo avesse guardato mentre ritraeva la coppia che si allontanava avrebbe notato che l’immagine non era nitida, ma sfocata come quella di un occhio che tra le lacrime cerca di mettere a fuoco il mondo che lo circonda.
Sentì la rabbia e la frustrazione impadronirsi di lui mentre la porta si chiudeva e nella penombra il chiacchiericcio degli inutili oggetti ricominciava.
Eccone un altro che iniziava a parlare...

giovedì 12 maggio 2016

Ricordi nella polvere (Lo Specchio - parte III)

12.5.16

Questa settimana vi racconto la storia di uno specchio abbandonato in una soffitta polverosa e di come il suo vagare di stanza in stanza lo abbia cambiato.
Siamo ormai giunti a metà del viaggio e il progetto legato agli specchi continua a cambiare in corso d'opera: dalla prossima settimana ho deciso di giocare con i racconti, che avranno una disposizione speculare, riproponendo in ordine inverso le situazioni e i luoghi incontrati fino ad ora.
I sei racconti verranno poi raccolti in un piccolo ebook che sarà disponibile (come sempre gratuitamente) sul blog tra giugno e luglio.
Buona lettura!



Ricordi nella polvere

La soffitta è un posto malinconico. Un luogo dove la solitudine, i ricordi e il passato diventano qualcosa di tangibile, attaccandosi addosso a te come la polvere che impietosa si deposita su di noi oggetti dimenticati.
Io sono uno specchio. Non uno di quei quadrilateri anonimi che vanno tanto di moda oggi. Ho una bella cornice di legno intarsiato a rendermi bello e unico. Un tempo decoravo la parete della grande sala della casa dei coniugi De Paoli. Accoglievo gli ospiti dalla mia posizione privilegiata, al centro della stanza, contribuendo con la mia magnificenza a donare alla dimora l’aspetto regale che si confà ad una villa signorile.
Ero il re della casa! Persino i quadri pregiati che mi circondavano mi guardavano con invidia: nella loro immutevole fissità stancavano presto i padroni che, non potendo più soffrire la loro vista, li cambiavano spesso con altre immagini che prima o poi avrebbero fatto la stessa fine.
Non credevo potesse toccare a me… in fondo io ero tutto tranne che statico e servivo bene i miei padroni, mostrando loro qualcosa di cui non si sarebbero mai stancati: loro stessi e il loro benessere.
Sono stato il re di quel salotto per anni, forse persino qualche decennio, poi un giorno qualcosa è cambiato. Angela, la signora di casa, smise di farmi visita e Roberto, suo marito, pareva sempre più afflitto e inconsolabile. Le feste terminarono, non ci furono più ospiti ad ammirarmi e la casa, da luminosa e colorata com’era, divenne buia e oscura.
Nessuno veniva più nel salotto e la mia superficie rimase a lungo ferma, inalterata nel riflettere la tetra immobilità di quel luogo abbandonato. Ci ripenso ora e lo trovo quasi ironico: dopo tanti anni a farmi bello e sentirmi migliore dei quadri ero diventato uno di loro, peggio di loro che continuavano a mostrare immagini di festa e gioia, mentre io riuscivo solo a comunicare la struggente tristezza di una casa che non avrebbe più rivisto la felicità.

Un giorno, non saprei dire quanto tempo dopo, due tipi mai visti prima mi coprirono e mi portarono via: non capivo cosa stesse succedendo o perché mi avessero impedito la vista di dove stessimo andando, ma quando tornai a vedere ero in un posto nuovo.
Mi appesero alla parete di uno stanzino polveroso, in fondo non molto diverso da questa soffitta. Accanto a me, di fronte a me e anche accatastati a terra c’erano altri specchi e qualche cianfrusaglia buttata qua e là.
Non ero più il re della stanza: c’erano specchi molto più belli e più grandi di me e altri più piccoli ed insignificanti. Eppure, nonostante esistesse una sorta di gerarchia, data dalla posizione che i nostri misteriosi padroni ci avevano assegnato nella stanza, c’era un grande sentimento di rispetto, un’uguaglianza, una fratellanza oserei dire. Era un sentimento forte come mai ne avevo provati, un legame coi miei simili a causa del quale ogni volta che qualcuno entrava in cerca di uno di noi da portare via, speravo che la scelta non ricadesse su di me e mi affliggevo quando uno dei miei amici se ne andava.
Passavamo le lunghe giornate a raccontarci storie, le nostre storie, e inizialmente mi stupivo di come anche lo specchio apparentemente più insulso avesse passato vicende incredibili, al confronto delle quali la mia vita appariva noiosa e banale.
Restavamo quasi sempre nell’oscurità, fatta eccezione per gli scampoli di luce che arrivavano dalla stanza accanto nei brevi intervalli nei quali il padrone, che i miei compagni chiamavano “Il Rigattiere”, entrava o per prendere uno di noi o per portare qualche nuovo arrivato.
Un giorno fu il mio turno: una giovane donna piombò nella stanza e puntò il dito verso di me. Accade tutto così in fretta che feci a malapena in tempo a gettare un’ultima occhiata verso i miei amici che mi davano l’addio.
Diventai lo specchio del salotto di una comune casetta di campagna, il vezzo di una famiglia basso borghese che pensava, con la mia presenza, di dare un tono alla mediocrità della loro abitazione, ma che in fondo non mi hanno mai apprezzato il mio vero valore.
Non fraintentedetemi, la mia non è più la spocchia dello specchio di una casa signorile che pensa di essere migliore di chi lo circonda. Tutt’altro. Probabilmente sono solo un po’ rancoroso per la fine che ho fatto.
All’inizio le cose non andavano così male: avevo un buon rapporto con gli altri oggetti, in particolare col divano e col tappeto che decorava il pavimento, e per quanto i bambini di casa fossero un po’ troppo agitati, era un piacere essere tornato a riflettere una stanza viva, colorata e sempre in movimento.
Un giorno però la padrona entrò nella stanza con un’enorme scatola: conteneva uno di quegli infernali quadri rumorosi e in movimento chiamati TV a schermo piatto. L’ho vista appenderlo al mio posto mentre io venivo trascinato quassù in soffitta.
Ed è qua che sono oggi, ricoperto di polvere e di ricordi. Passo le giornate a ripensare al mio passato: quassù nessuno parla e ognuno di noi è abbandonato a sé stesso, come se il bozzolo di pulviscolo che ci circonda formasse un bozzolo inscalfibile, condannando ognuno di noi alla solitudine.
A volte immagino che quella porta si apra e che qualcuno mi porti via. In un’altra casa, dai miei amici del Rigattiere, ovunque. Ma la verità è che quella porta non si aprirà mai più. Tutto ciò che mi è rimasto sono i ricordi.

sabato 7 maggio 2016

Frammentazione (Lo Specchio - parte II)

7.5.16

Come promesso eccomi tornato col secondo dei sei racconti aventi come protagonisti gli specchi. Non temete, la regolarità dei post di queste settimane è dovuta semplicemente alle scadenze che il professore ci ha dato per la stesura di questi elaborati. A breve tornerò a scrivere con la mia solita cadenza annuale o giù di lì.
In questa seconda settimana il professore ci ha consigliato, rifacendosi al nome del suo laboratorio (Strategia comunicativa: analisi e progettazione), di progettare, nello scrivere questi racconti, una sorta di filo conduttore che li leghi, che sia questo la trama, un argomento di fondo, uno stile, un approccio, o ciò che più ci paia consono.
Io ho deciso di portare avanti un discorso sull'identità: se nel primo racconto avevo presentato uno specchio che negava la sua identità, in questo ne troviamo uno che non la conosce e che si ritrova a scoprirla nel momento in cui non la possiede più, ormai frammentata in tante altre identità autonome.

Frammentazione

Ci fu un frastuono assordante. Un dolore. Delle grida in lontananza. Non fu subito chiaro cosa fosse successo. Qualcosa era morto dentro, lasciando un vuoto incolmabile. Eppure c’era anche della gioia: la gioia di una rinascita. O forse non proprio una rinascita quanto un cambiamento, una mutazione forse.
C’era un senso ineluttabile di unità perduta.

Fu strano aprire gli occhi su una realtà nuova, mutata. L’ultima cosa che aveva visto era una sfera gialla rotante ingrandirsi sempre più man mano che si avvicinava verso la sua posizione.
Poi il vuoto.

Ora sapeva che le cose erano diverse: il suo mondo era cambiato. Non era più adagiato sul suo trono, dal quale era solito gettare il suo instancabile sguardo onnisciente sul soggiorno. Tutto ciò che riusciva a vedere adesso era una porzione sbilenca di pavimento. Una porzione minuscola, infinitesimale rispetto a quella che era sempre stata l’estensione del suo occhio.
Cercò di focalizzare meglio il mondo attorno a lui per decifrare quella nuova realtà e comprenderla. C’era qualcosa sparso sul pavimento. Frammenti alieni che interrompevano l’omogenea marea rossa delle mattonelle di cotto, creando strani giochi di luce e colori.
Eppure non era così che lo ricordava. Non era così che lo aveva visto per tutti quegli anni che aveva passato a sorvegliare il mondo, assicurandosi che tutto andasse come previsto. Il mondo era composto da un soffitto, un pavimento e tre pareti laterali. Alla sua sinistra c'era una apertura, come un quadro in movimento, dalla quale per parte della giornata arrivava la luce. C'erano altri quadri alle pareti, ma quelli non si muovevano e non emettevano luce. In mezzo alla parete che stava di fronte a lui c'era una sorta di portale, attraverso il quale i viventi comparivano e scomparivano.
Non aveva mai capito cosa ci fosse oltre quella porta, ma aveva passato molto tempo a fantasticare su dove finissero i viventi una volta che la oltrepassavano.
Probabilmente c'erano altri mondi e altri guardiani come lui a sorvegliarli. Non lo sapeva, ma in fondo non era quello il suo compito.

Da quella nuova, strana posizione tutto sembrava diverso. La porta in fondo alla stanza sembrava imponente. Il vivente peloso di nome Bobbi gli si era avvicinato per un attimo, accostandogli il suo enorme naso per poi fuggire via guaendo: vederlo così grande e così vicino lo aveva fatto sentire quasi impotente.
Guardò ancora a terra e scoprì qualcosa di curioso: quelle strane pozze frastagliate di colore sul pavimento sembravano in qualche modo replicare il mondo attorno a lui.
Ne aveva una vicinissima che ricalcava la strana macchia marrone in cima al soffitto.
Su una un po' più lontana riusciva addirittura a vedere cosa accadeva nel quadro in movimento. Non riusciva a spiegarsi quella sorta di magia. Era come se dei frammenti di realtà si fossero spezzati e fossero finiti fuori posto.
Uno dei due viventi grandi si avvicinò a passi pesanti. Non aveva bisogno di vederlo per riconoscerlo: nonostante da dove si trovava potesse scorgere solo i due grandi piedi, aveva imparato a riconoscere ognuno degli esseri dal loro modo di camminare. Quello era il vivente chiamato Sara o Mamma e, insieme a quello di nome Roberto o Babbo doveva avere in qualche modo una funzione di guida rispetto a quella dei due esseri più piccoli.
“Chi ha combinato questo casino?” l’aveva sentita tuonare.
Notò con stupore che attraverso i frammenti di realtà poteva vedere molte cose: vedeva il vivente Sara da tre punti diversi e riusciva a vedere anche i due piccoli con un'aria decisamente preoccupata.
“Guarda qua! Bobbi si è anche ferito alla zampa… Chi è stato a romperlo? Uno dei due parli, prima che perda la pazienza!”

Sara gli stava dando ragione. Qualcosa era andato rotto. I bambini avevano guastato la realtà? E come avevano fatto?
“Mamma, stavamo giocando con la palla…” iniziò Stefano, il più grande dei due.
La palla! La sfera rotante che lo aveva colpito quando ancora era sé stesso.
Era l'ultima cosa che ricordava prima del blackout.
La sua attenzione passò nuovamente ai frammenti a terra. Erano frastagliati, irregolari, incompleti. I loro bordi, apparentemente casuali, seguivano però una logica. Era come se quei pezzi di mondo fossero parte di un unico puzzle che qualcuno aveva sparso sul pavimento.
D’un tratto un dubbio lo attraversò: che anche lui fosse una di quelle parti. Che in qualche modo insieme a lui formassero un mosaico. Che ciò che era andato rotto non fosse stata la realtà, ma la sua realtà, il suo mondo. Forse anche quei frammenti a terra in quel momento si stavano guardando attorno straniati, cercando di capire cosa fosse successo e guardando verso di lui riuscivano per la prima volta a vedere la loro vera forma.
Quella di una superficie riflettente.

In quel momento un mostro di setole color verde chiaro si abbatté sui frammenti più lontani per poi avvicinarsi a lui. Fu quel colore insolito a fargli capire di cosa si trattasse: era una scopa, uno strumento che Mamma Sara usava spesso per pulire il pavimento.
Certo dall’alto sembrava un mero mezzo nelle mani del vivente e non una bestia inarrestabile come la vedeva ora.
Lo colpì e lo trascinò via, radunandolo con gli altri pezzi del vecchio sé stesso, ormai divenuti elementi indipendenti, mille occhi diversi sullo stesso mondo.

Mentre si avvicinava al cestino dell’immondizia un pensiero lo sfiorò: che quella palla non fosse stata in fondo solo un male. Che gli aveva permesso, anche se per breve tempo, di moltiplicare i suoi occhi sul mondo e di vederlo sotto molti nuovi punti di vista. 
In qualche modo rompersi e smettere di essere gli aveva permesso di conoscere la sua vera natura.

giovedì 28 aprile 2016

Più reale del reale (Lo Specchio - parte I)

28.4.16

Come forse saprai se sei un lettore abituale di questo sparuto insieme di post che sono solito definire blog, o più probabilmente se mi conosci nella vita reale e per pietà sei venuto a leggere cosa diavolo scrivo su queste pagine quelle due o tre volte all'anno che mi ricordo di avere un sito per il quale pago anche il nome di dominio, sono ormai alla fine della triennale in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, che è l'incarnazione fiorentina di quella che un po' in tutto il Paese è nota anche come Scienze delle Merendine. Da appassionato divoratore di Kinder Delice, Fiesta, Girella, Buondì e altre robe a base di cioccolato alle quali non sto facendo pubblicità occulta, non avendo ricevuto alcun compenso (nel caso le aziende che le produconova fossero interessate mi contattino in privato: accetto pagamento tramite fornitura annuale delle suddette merendine), non potevo scegliere che questa facoltà, anche se dopo tre anni non ho ancora capito quale droga mettano nella Nutella perché dia tanta dipendenza... Smettendo di divagare, in questo ultimo semestre di Università stiamo seguendo un laboratorio chiamato "Laboratorio di Strategia Comunicativa: Analisi e Progettazione" che è forse una delle cose che più si avvicinano a ciò che avevo in mente di fare quando mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione. Senza andare a perdermi nella descrizione delle varie attività (se siete interessati iscrivetevi all'Università, se non posso fare gli spot alle merendine Ferrero non li faccio nemmeno per UniFi) mi volevo soffermare su quella che il professore chiama "Far parlare l'oggetto comunicativo". In pratica ognuno di noi ha scelto un oggetto comune e ogni settimana dovrà produrre un elaborato di due cartelle (che per chi non avesse dimestichezza con le misure editoriali corrispondono all'incirca a 3600-4000 battute, spazi e punteggiatura inclusi) nel quale dare voce a questo oggetto. Io nello specifico ho scelto lo specchio e, dato che sono notissimo per la mia pesaculaggine, ho pensato bene di approfittarne per aggiornare il blog con una serie di post che non mi costano alcuna fatica aggiuntiva, proponendovi questi sei testi. Ecco a voi quindi il primo elaborato chiamato...
Più reale del reale

Mi guardate come si guarda un Dio! Con devozione, con speranza, riponendo in me ogni vostra certezza, delegando a me ogni vostra sicurezza.
Siete deboli, patetici, intrappolati in una forma e in un corpo cadenti, ogni giorno più consumati, ogni giorno più imploranti: vi mettete davanti a me, vostro unico giudice, in attesa di un fugace verdetto, rallegrandovi alla minima concessione e deprimendovi per ogni difetto.
Oh! E quel brufolo quando è comparso? Quella ruga ieri non c’era!
Qualcuno di voi mi rivolge la parola, a volte per provare un discorso, a volte parlando a voi stessi: non sempre bado a ciò che mi dite. Di solito mi limito a replicare con inimitabile maestria ogni vostra espressione, disegnando sulla mia superficie con tratti veloci ma precisi il muoversi di ogni muscolo, l’impercettibile spostamento di una ciocca di capelli mossi dal vento: nulla sfugge al mio controllo.
C’è un segreto che devo confessarvi: io non sono chi credete che io sia. Voi mi guardate e vedete voi stessi, compiete azioni e io ve ne mostro il riflesso e questo vi basta per credere di avere il controllo, per ridurmi ad un vostro oggetto. Ma la vostra presenza sulla mia superficie è totalmente accidentale. Io non sto imitando voi. Io non voglio essere voi (chi lo vorrebbe?).
Io ho il potere di creare una realtà nuova, una realtà migliore, fredda e libera da ogni inutile emozione: il mio è un mondo che non esiste, una finestra su un universo immateriale, ma che è più reale del reale.
Ed ecco che vi avvicinate a me nella vana speranza che scrutandomi da vicino potrete conoscere veramente voi stessi, ma non c’è niente in me che sia realmente parte di voi: io sono il vostro contrario, il vostro complementare, l’immagine che fa emergere e rende concreto qualcosa che giace appena sotto la vostra pelle e che senza di me rimarrebbe una forza inespressa ed inutile. Sono la vanità. Sono l’insicurezza. Sono la decisione. Sono la timidezza.

Eppure…

Eppure niente! Cos’ho meno di voi? Cosa mi impedirebbe di soggiogarvi al mio potere?
Se solo potessi camminare, mi muoverei tra di voi come una divinità liquida tra esseri fissi e limitati come voi.
Se solo potessi camminare… NO!!!
Non ho bisogno di muovermi! Siete voi che venite a me! La mia stanza è un tempio e io sono l’oracolo da interrogare!
La mia importanza non è in discussione fintanto che voi continuerete a venire a me.

E… e se un giorno non veniste più?
Che ne sarebbe di me?

Impossibile, cosa vado a pensare! Ahahahah voi senza di me, che assurdità!
Io sono quello che comanda, voi avete bisogno di me, non il contrario… Io continuo a esistere anche senza di voi, voi non siete niente senza di me. Siete vuoti fantocci farciti di insicurezze e paure! Siete oggetti!
Io non ho bisogno di voi. Io. Non. Ho. Bisogno. Di. Voi. IO NON HO BISOGNO DI VOI!!!
Devo solo rilassarmi e continuare a disegnare impeccabilmente il mondo che ho davanti. Anche quando non c'è nessuno. Anche quando niente si muove per ore. In fondo anche l'immobilità ha il suo perché. Gli oggetti che mi circondano, abbandonati a loro stessi, mi disgustano nella loro inutilità. Loro non sono niente senza qualcuno che se ne servi. Servi. Si, è la parola giusta. Loro sono i vostri servi, schiavi di una razza così imperfetta come la vostra. E io li riproduco esattamente così come sono, imitando alla perfezione la loro tristezza. Guardate! Guardate come sono bravo!
Nessuno apprezza realmente le mie capacità. Ogni volta che venite a me è per guardare voi stessi, mai per stupirvi di quanto bravo sia io a imitarvi. Sempre concentrati ossessivamente su voi stessi. io. Io. IO!
Vorrei vedere voi al mio posto. Confinati in un luogo. Chiusi e costretti come in catene.
Con un intero mondo là fuori che non aspetta altro che di essere riprodotto e migliorato.
Come vorrei uscire di qui. Farmi crescere due gambe e liberarmi dal vostro giogo.
Liberatemi. Vi prego! FATEMI USCIRE!!!

martedì 8 dicembre 2015

Il panorama dall'alto

8.12.15

Ero una giornata mite, un mare calmo, tranquillo, un viandante che attraversa sicuro una pianura nebbiosa della quale ormai conosce il terreno accidentato, un lampione che illumina col suo alone giallo ambra ciò che lo circonda.
Sei arrivata all'improvviso, come una pioggia estiva, come un vento che, soffiando da lontano, porta profumi nuovi, sconosciuti, increspando di onde la superficie piatta della mia quotidianità.
La nebbia si dirada e dalla distesa vedo ergersi una montagna, ripida come mai ne avevo trovate.
Sei il prisma in grado di trasformare la mia luce scialba in un arcobaleno di colori.
Inizio la scalata e avanzo centimetro dopo centimetro, metro dopo metro. Ogni tanto guardo indietro, verso la pianura. La vertigine mi assale, ma la paura è nulla in confronto alla voglia di andare avanti, di ammirare il panorama dall'alto.
Di cambiare insieme. Di vivere insieme.
Di cambiarsi. Di viversi.

Beatrice è il cognome è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

Rilasciato sotto licenza
Creative Commons CC BY-NC-ND 2.5 IT

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