MichaelBeatrice.net è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

lunedì 31 luglio 2017

Sulla musica, la depressione e le cuffie alle orecchie...

31.7.17

Gli anni del liceo sono stati per me un periodo duro, fatto di depressione, solitudine e scelte sbagliate. Sono stati però anche gli anni nei quali ho scoperto la musica rock e mi sono innamorato delle band che di lì in poi avrebbero composto la colonna sonora della mia vita.
Band come i Muse, i White Stripes, i Linkin Park e tante altre che quotidianamente mi accompagnavano nell'insensato trascinarmi per il mondo che era la mia vita. Io ero il ragazzo con le cuffie perennemente alle orecchie, quello che non parlava mai e che quando lo faceva manteneva la voce bassa, pensando che la sua opinione non contasse e che ci fossero persone più capaci di lui, più degne di essere ascoltate.
Era l'inizio degli anni duemila, il periodo del new metal e delle superband come i Velvet Revolver e gli Audioslave, soprattutto degli Audioslave, grazie ai quali il me quattordicenne aveva scoperto l'incredibile voce di Chris Cornell e la potenza dei Rage Against the Machine.
La musica per me era tutto, l'unica cosa che mi dava la forza di andare avanti in una vita della quale non capivo il senso e nella quale mi sentivo costantemente fuori posto.
Mio padre mi dava 5 euro di paghetta settimanale, ma io non li usavo mai per mangiare: li mettevo da parte e a fine mese andavo al Super Disco, il negozio di musica del centro, dove con i miei preziosi venti euro risparmiati acquistavo un nuovo album che prontamente inserivo nel mio lettore CD portatile.
Ricordo ancora il giorno in cui acquistai Meteora, il secondo album dei Linkin Park: era un giorno di assemblea studentesca, uno di quelli nei quali alle dieci eri fuori e avevi la mattinata libera. Il problema in giornate come quella era che c'era un unico autobus che arrivava fino a casa mia e passava solo e unicamente alle 13: così dopo aver fatto la strada verso il centro con alcuni compagni di corso, ero andato al Super Disco, avevo acquistato il nuovo CD e mi ero incamminato verso casa. Ci volle circa un'ora e mezza ad arrivare e nel frattempo ero riuscito ad ascoltare l'album per ben tre volte (era abbastanza breve) e ad imparare molte delle nuove canzoni.

Tutto questo preambolo per far capire che colpo siano state per me le morti di Chris Cornell e di Chester Bennington. Chris se n'è andato il giorno del mio compleanno, qualche mese fa, mentre Chester è scomparso da appena una settimana.
È facile dire "sono rockstar, non le conoscevi veramente" e liquidare il loro suicidio come l'incomprensibile gesto di una persona che non apprezzava tutto quello che aveva attorno. Troppo facile per chi non ha mai sbattuto la testa contro il muro, gridando e piangendo durante la notte, sperando di non svegliarsi. Troppo facile per chi non sa chi c'era in quelle notti senza sonno, quando solo certe canzoni riuscivano a tranquillizzarti perché sembravano parlare a te, esorcizzando i tuoi demoni.
Ne ricordo una in particolare, "Waiting for the end": era passato qualche anno dalla fine del liceo, dal vuoto completo del quinto anno e dal maledetto 2007 e dopo un periodo di relativa calma dove le cose per un attimo erano sembrate migliorare, tutto era cominciato a crollare di nuovo. Una frase di quella canzone parlava direttamente a me. I know what it takes to move on, I know how it feels to lie, All I wanna do is trade this life for somethin' new, holding on to what I haven't got.
Ed era proprio così che mi sentivo: intrappolato in una vita che non volevo, ma dalla quale sembrava impossibile scappare. Sapevo cosa volevo. Sapevo cosa mi serviva per andare avanti. Solo che non trovavo la strada per rendere realtà quei sogni che custodivo nel mio cuore e che sembravano irraggiungibili.
Non so quante volte ho cantato questa canzone. Quante volte ho pianto ascoltandola. Quello che so è che molte volte mi ha dato la forza di andare avanti nonostante tutto. Quello che so è che io sono ancora qui.
Sono passati tanti anni da quel periodo: adesso sono un'altra persona. Una persona che riesce a vivere attivamente la propria vita, fatta di piccoli sogni e grandi difficoltà, di progetti, ma soprattuto di amore e di affetti che prima non riuscivo a vedere né a intercettare. Sono riuscito a intraprendere la strada che avevo nella mia testa e, pur avendo perso tanti anni lungo il percorso, sono deciso ad andare avanti verso il mio obiettivo.
Ma non dimentico il passato e sapere che persone come Chris e Chester non ci sono più fa male. Non tanto per la morte in sé, ma per il modo in cui se ne sono andati, divorati da un male più forte di ogni amore.
Come eroici soldati che hanno teso la mano a tante anime perdute, per poi morire soli sul campo di battaglia.

mercoledì 17 maggio 2017

Avere trent'anni

17.5.17

Alla fine è successo. Doveva succedere. Da un certo punto di vista è bene che sia successo, perché il tempo scorre inesorabilmente e l'unica alternativa per fermarlo, non potendo io ambire ad essere Peter Pan, sarebbe stata ben peggiore.
D'altronde, come diceva Max Pezzali, "il tempo passa per tutti noi sai, nessuno indietro non ritornerà, neppure noi".
E quindi si, oggi compio trent'anni. Trent'anni, lo ripeto perché sia ben chiaro a me stesso: trenta fottuti anni. Far finta di nulla non cambierà le cose.
Cosa ho imparato in tutto questo tempo?
Nulla è la prima risposta che mi viene in mente e, in fondo, non ci farei neppure una brutta figura. In fondo non è stato Socrate il primo a dire: "so di non sapere"?
L'ho sempre trovata una frase illuminante, un monito a farsi continuamente delle domande, senza perdere la voglia di porsele ed evitando l'illusione di avere la chiave per comprendere ogni cosa: una spinta ad essere sempre curioso, non perdendo mai l'occasione per imparare qualcosa di nuovo.

Da personcina seria e organizzata quale sono,
mi son fatto anche il loghetto!!!
Al di là di tutto però finisce comunque che si invecchia e se c'è qualcosa che si impara è a conoscere sé stessi. E allora ho pensato bene di iniziare una piccola serie di post-confessione nei quali racconterò ciò che ho capito di me stesso in questi primi trent'anni di forzata convivenza. Così, giusto perché non posso permettermi lo psicanalista.

Come sempre in questi casi la "rubrica" non avrà cadenza fissa perché sennò mi viene l'ansia e finisce che non scrivo nulla. Comunque cercherò di essere più regolare del solito. Ma senza crederci troppo che sennò diventa un proposito per i trent'anni e si sa che i propositi son fatti per essere enunciati e velocemente dimenticati.
Insomma, ci sentiamo la prossima volta che mi viene voglia.
E ora scusatemi ma vado ad invecchiare!





martedì 9 maggio 2017

Sugli obiettivi e sui traguardi

9.5.17

E cosi ci risiamo: un altro capitolo della mia vita si è concluso. Uno dei più belli. Il 18 aprile, ormai tre settimane fa, mi sono laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione.
Ma come sempre non c'è tempo per riposare sugli allori (nemmeno con la corona di alloro sul capo) e quindi l'unica cosa da fare è voltare pagina e ricominciare.
Darsi nuovi obiettivi, nuovi traguardi, senza mai accontentarsi, senza perdere la fame. Fame di successi, di conoscenza, di vita.
Quando undici anni fa abbandonai gli studi in lacrime col proposito di mettere da parte i soldi per ricominciare non credevo ce l'avrei fatta veramente. Quanti problemi, quante tentazioni mi hanno allontanato da quell'obiettivo.
Quante volte sono stato ad un passo dal desistere. Eppure alla fine ce l'ho fatta. Dopo sette lunghissimi anni sono tornato in un'aula e quello che ho scoperto è che non
ero più il diciannovenne che non vedeva un senso nella propria vita e che sopravviveva ai margini di un mondo liceale che credeva lo respingesse (quando in realtà, seppur inconsciamente, era lui spesso a restarne fuori, isolandosi in un mondo fatto di musica e racconti). E non ero nemmeno più quel ragazzo a cui bastava oltrepassare i piccoli ostacoli scolastici (al tempo apparentemente insormontabili) approfittando di ogni mezzuccio e accontentandosi di andare avanti col minimo sforzo possibile.

In qualche modo quegli anni lontano dalla scuola sono stati tra i più formativi della mia vita. Non me ne sono accorto subito, anzi, eppure quando sono tornato all'università ho capito che era cambiato tutto.
Sarà stato il lavoro, che costringendomi a stare sempre a contatto con le persone mi ha aiutato ad aprirmi verso il prossimo, ma piano piano mi sono costruito un gruppo affiatato di amici che è rimasto legato a prescindere dagli impegni universitari e che spero rimanga tale nel tempo.
Saranno stati quei sette anni passati con quell'obiettivo fisso nel cervello, ma non riuscivo più ad accontentarmi del minimo: iniziato il mio percorso a Firenze ho sempre puntato al massimo, senza mai accontentarmi, dando anima e corpo per quella triennale che per molti può sembrare un piccolo traguardo, ma che nella mia storia personale è il coronamento di dieci anni di sacrifici.
E ora che anche questo traguardo è raggiunto cosa fare? Si va avanti, verso nuovi obiettivi, senza mai fermarsi. È il momento di lasciare il comodo ovile di casa verso una nuova città, verso una specialistica che dia un senso al cammino intrapreso. Perché dopo anni di strade secondarie e dissestate sono tornato sulla via principale. E nessuno può più fermarmi.


Un sentito grazie a tutti gli amici e familiari che sono venuti a Firenze per festeggiare insieme a me :)


sabato 8 aprile 2017

La svolta

8.4.17

Ci sono momenti nella vita di una persona che hanno tutti i caratteri della svolta: improvvisamente tutto cambia, dalle piccole cose alle più grandi e ti rendi conto che un momento della tua vita è finito e che sta per cominciare qualcosa di totalmente nuovo.
Questo è il periodo che sto vivendo negli ultimi mesi: terminate le lezioni universitarie, ormai ad appena due settimane dalla discussione della tesi e con un trasferimento a Bologna da programmare, sto vivendo questi giorni come in una sorta di animazione sospesa, in un limbo tra la mia vecchia vita e la nuova. Intanto ho detto addio alla mia cara vecchia Ka, macchina compagna di mille avventure, e dato il benvenuto a una nuova macchina: altro segno di grande cambiamento.

Finita la tesi, uno scritto di 74 pagine inerente la comunicazione pubblicitaria di Apple, ho deciso di rimettermi finalmente a scrivere: a darmi lo spunto iniziale è stato un concorso qui nella zona di Pistoia che mi ha spinto a creare un brevissimo racconto di appena quattro pagine (quella era la lunghezza massima permessa dal regolamento) chiamato "Il perdono".
Non contento sono tornato alla carica su "THe iNCIPIT", piattaforma che avevo provato ad utilizzare già alcuni anni fa (con l'esperimento tutt'altro che riuscito di un racconto di fantascienza dal nome "L'Ultima Ora") e che permette di scrivere brevi racconti nei quali sono i lettori a votare e decidere effettivamente come far evolvere la trama. Il racconto che ho iniziato a scrivere si chiama "Il risveglio del signor Morrazzi" e parla di un uomo che si sveglia al mattino consapevole di non essere una persona, ma il personaggio di un racconto. Si tratta di un esperimento molto nuovo per me, contraddistinto da un approccio molto diverso alla narrazione da quello che utilizzo di solito: spero che vi piaccia e che abbia maggior successo rispetto al mio precedente tentativo. Se volete leggerlo e votare potete trovarlo a questo indirizzo.

Per il momento è veramente tutto. Come sempre chiudo con la speranza di ricordarmi dell'esistenza di questo blog per tornare a scriverci al più presto e di non pensarci sempre e solo quando mi arriva la mail da Google per il pagamento della quota annuale del dominio.
Alla prossima!

giovedì 28 luglio 2016

Il treno dei sogni

28.7.16

A volte vorrei tornare su quel treno. Il cuore impazzito. Il respiro affannoso. La testa che girava. I miei occhi che cercavano i tuoi per leggervi la stessa muta agitazione, quella che ti prende quando inaspettatamente le cose vanno come vuoi tu, quando contro ogni previsione il vento inizia a soffiare dalla tua parte.
Cercavo l'eccitazione, la complicità, la conferma che quello che stavamo vivendo stesse accadendo davvero. Che non fosse un sogno.
Ma in fondo lo era: era un sogno ad occhi aperti, un regalo che ci eravamo fatti l'un l'altra.
Per chiunque altro quello era un comunissimo viaggio in treno, ma non per noi che guardavamo fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva veloce verso un futuro nuovo, ignoto, mentre il rumore incessante delle rotaie sembrava fare a gara con i tonfi nel petto che batteva tanto forte da far male.
Salendo su quel treno avevamo deciso di chiudere definitivamente un capitolo della nostra vita e di iniziare il successivo. Avevamo chiuso i nostri vecchi libri, quei libri che conoscevamo così bene, con quelle loro pagine consumate e giallognole ai lati, con quell'odore che avremmo riconosciuto tra mille, confortante come può essere confortante la quotidianità del già conosciuto, e avevamo aperto un nuovo libro, il nostro, ancora vuoto, con le pagine di un bianco quasi abbagliante, tutte da scrivere. Insieme.
Scesi da quel treno niente sarebbe stato più come prima. Scesi da quel treno io e te saremmo diventati noi.
Eppure ancora oggi, quando mi sveglio la mattina al tuo fianco e i nostri occhi aprendosi si incrociano illuminati dalla luce di un nuovo giorno, ti guardò ancora come quella volta sul treno, cercando nei tuoi occhi la conferma che sia tutto vero. Che non sia solo un sogno.

giovedì 30 giugno 2016

I cassetti dell'anima

30.6.16

Lo avevo già detto in un uno dei primi post che ho scritto su questo blog ormai tanti anni fa: mettere a posto è un po' come guardarsi dentro, fare un viaggio nella propria storia e scoprire cosa siamo stati e cosa saremo. Buttiamo via oggetti, ricordi, parti di noi che decidiamo non esserci più necessari e rimettiamo a posto altre cose dalle quali ancora ci sembra impossibile staccarci.

La mia camera non è mai stata granché ordinata e la mia tendenza all'accumulo non ha aiutato: per qualche motivo ogni oggetto mi sia capito tra le mani per me non è mai stato semplicemente un oggetto, ma un frammento di storia, che si trattasse di un biglietto del cinema, di uno scontrino di Starbucks o del ritaglio di un giornale. Col tempo questa mia tendenza ha raggiunto livelli di preoccupante insanità mentale e ho iniziato ad accumulare i depliant del cinema, quelli di Blockbuster, fino anche ad una selezione di sacchetti di negozi nei quali ho fatto acquisti durante alcuni viaggi all'estero. I cassetti dell'armadio si sono riempiti di cianfrusaglie fino ad esserne colmi. Poi è stato il turno della scrivania, del materasso superiore inutilizzato del letto a castello e, perché no, del pavimento.
Ho iniziato ad accumulare scatole e scatole di biglietti, bigliettini, quaderni, diari, giornali, accatastando cose veramente importanti insieme a oggetti quotidiani che le persone normalmente cestinano nel corso della giornata e la mia vita è andata avanti così per un periodo così lungo che non saprei quantificarlo. Ad un certo punto le cose erano così tante e lo spazio per muoversi così poco che ho deciso di disfarmi del letto a castello e in seguito addirittura di abbandonare la camera e di iniziare a dormire in salotto.
Avevo altri buoni motivi, per carità: ad esempio, per la particolare posizione della camera, la stanza era così umida in inverno che da anni passavo tutti i mesi freddi con una bronchite quasi cronica. Ma la verità è che io stesso non ne potevo più di farmi strada continuamente in tutta quella massa di oggetti, dai quali al contempo non riuscivo a separarmi.
Perché quegli oggetti raccontavano una storia ben precisa: la storia di una vita passata da recluso in casa, da solo, senza amici che non fossero quelli che mi creavo nella mia mente. Passavo le mattinate a immaginare partite di calcio; i pomeriggi a inventare giochi con le monete fingendo che a sfidarsi, insieme a me, ci fossero anche i miei compagni di scuola; la sera diventavo una rockstar di fama mondiale e la notte, se non riuscivo ad addormentarmi, immaginavo incredibili storie di Paperon de' Paperoni alla caccia di grandi e misteriosi tesori. E molte di queste cose che pensavo venivano annotate nei miei quaderni, pieni di risultati, di discografie immaginarie e anche di racconti. Perché se c'è una cosa che una infanzia e un'adolescenza estremamente solitarie mi hanno lasciato sono la passione per lo scrivere, la voglia di inventare storie che mi portassero via, lontano da quelle quattro mura di una casa in mezzo al nulla nella quale abitavo.

Mentre scrivo mi rendo conto che probabilmente questa sembra la confessione di una persona non propriamente sana, ma avevo i miei motivi per essere così insicuro, chiuso in me stesso al punto da allontanare anche quelle poche persone che forse hanno cercato di starmi vicino. Chi mi conosce bene sa di cosa parlo e chi non mi conosce può farsene un'idea leggendo "Il Decalogo", racconto che ho scritto alcuni anni fa e che è disponibile sul blog per il download (fine dello spot pubblicitario).
Ad ogni modo sono cresciuto, sono cambiato, lentamente ho iniziato ad aprirmi verso il mondo esteriore e facendolo ho compreso tante cose anche su me stesso.
La porta di camera è rimasta a lungo ben chiusa e, onde evitare di accumulare ancora, ho iniziato a gettare gli scontrini appena uscito dai negozi, a evitare di prendere depliant e fare a meno delle borse.
Non avevo più bisogno di quelle cose. Non avevo più bisogno di oggetti materiali ai quali affezionarmi e ai quali devolvere il ricordo di chi fossi stato in quel momento della mia vita.
Avevo un sacco di persone ormai a circondarmi, a volermi bene, ad amarmi: non ero più solo.
Un giorno ho riaperto quella camera nella quale nessuno entrava più da anni, deciso a mostrarla alla mia ragazza. Ho iniziato a buttare via, velocemente, senza quasi guardarli, oggetti che mi avevano fatto compagnia per una vita. C'erano giornali, poster e ritagli risalenti ai primi anni '90.
Ho passato giorni e giorni a gettare roba e ne ho buttata via talmente tanta da fare posto a due materassi legati a mo' di letto matrimoniale, ancora circondati da alcune scatole.
Era il mio modo per darle davvero il benvenuto, per aprirmi a lei come mai avevo fatto a nessuno. Benvenuta nel mio caos. Questo sono io.

Per un po' l'attività di pulizia si è interrotta: tra gli impegni universitari, alcuni viaggi e mille impegni, il tempo che passo in casa è davvero poco. Ieri però ho sentito che era arrivato il momento di portare a termine quanto iniziato.
È un periodo difficile per me: il periodo universitario è giunto al termine e con esso uno dei periodi più belli della mia vita. Un periodo nel quale mi sono tolto tante soddisfazioni e nel quale ho dimostrato a molti, ma soprattutto a me stesso, quello che realmente valgo.
La fine di un percorso è di solito l'inizio di qualcosa di nuovo e di progetti ce ne sarebbero tanti, ma mancano le risorse per renderli reali e un qualsivoglia tipo di aiuto da chi un aiuto potrebbe darlo.
Sento come un senso di incompiutezza, una vittoria mutilata, ma d'altronde piangersi addosso non serve a niente. E quindi si torna a lavorare, un nuovo anno di limbo in attesa dei veri traguardi.
Ed è giusto così, perché se c'è una cosa della quale posso andare orgoglioso la mattina, guardandomi allo specchio, è che tutto ciò che ho l'ho ottenuto col mio sudore, con la perseveranza e la forza di volontà, senza dare mai niente (e dico niente) per scontato.
Ora sono qui, nella mia stanza, che sembra sempre più una camera e sempre meno la personificazione di un cervello incasinato, e mi ritrovo tra le mani oggetti che non riconosco come miei, frasi che non ricordo di aver mai scritto, quaderni che mi disgustano e che non voglio più stiano lì a ricordarmi del tempo gettato alle ortiche e della persona che sono stato e che non voglio tornare mai più ad essere.
Gli scatoloni si svuotano, ciò che avrebbe dovuto finire nel cestino anni fa incontra finalmente il suo fato.
Si torna fuori a lottare: Io sto bene!

domenica 4 ottobre 2015

Imago post-mortem

4.10.15

Qualche giorno fa, scorrendo le impostazioni del mio profilo Facebook, mi ritrovo davanti una voce che non avevo mai visto: contatto erede.
Incuriosito dalla strana dicitura (più propriamente avevo una faccia da WTF) decido di cliccare per approfondire la questione e Facebook mi spiega: "un contatto erede è una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare".
All'inizio la cosa fa strano, ma riflettendoci bene ha un senso: quando ci siamo iscritti a Facebook (nel mio caso ormai sette anni fa) pensavamo di iscriverci semplicemente ad un nuovo social network, un novello myspace da utilizzare per condividere qualche stronzata e perdere un po' di tempo ritrovando i vecchi amici e compagni dell'asilo e delle scuole elementari, ma nel frattempo il mondo è cambiato e, che lo vogliamo o no, Facebook è cresciuto intorno a questo cambiamento, diventando il depositario della nostra identità digitale.

Un estratto dalle FAQ di Facebook sull'argomento

Mi ricordo nell'era pre-Facebook quanto fosse strana l'idea di mettere online informazioni personali: al tempo facevo parte di alcuni forum (qualcuno se li ricorda? Ormai sono diventati come delle piccole riserve per comunità digitali in via di estinzione...) ed uno in particolare, nel quale ero molto attivo, era quello di Telefilm Magazine: lì si creò una comunità molto attiva e importante, nella quale sono nate grandi amicizie, qualche amore e legami che permangono ancora oggi che il forum non esiste più da anni.
Un giorno uno dei membri del forum se ne esce con l'idea di un topic nel quale esortava i membri della comunità a parlare di sé e a farsi vedere in video pubblicando una foto. Per molti era strano, quasi imbarazzante mostrarsi in una realtà nella quale la propria identità era sempre stata definita da un avatar (il più delle volte l'immagine di qualche personaggio di una serie tv o di un cartone animato) e da un nickname (il mio era aliasmike, combinazione del mio nome con quello della mia serie preferita del momento).
A ripensarci oggi ci si rende conto di quanto il senso del pudore digitale sia mutato in appena un decennio.
Ricordo che quando Facebook iniziò a farsi strada nella mia comunità di amici io per mesi evitai di iscrivermi. Qualche volta ero capitato nella schermata di iscrizione, ma alla richiesta dei dati personali, di quel nome, cognome e data di nascita mi bloccavo e chiudevo la pagina: quella domanda mi pareva scandalosa e quasi eretica e mi era ancora più insopportabile per il modo in cui veniva fatta, lì, in homepage, alla luce del sole, come fosse la cosa più scontata sulla faccia della Terra.
Oggi Facebook conosce il mio credo politico e religioso, le mie preferenze sessuali, conosce i miei locali preferiti, tutti i film che ho visto e tutta la mia rete di amicizie (che, tranne per poche eccezioni, ha nella dimensione digitale una parte piuttosto importante).
Se dieci anni fa pensai delle settimane prima di pubblicare la mia foto in quel famoso forum, oggi pubblicare una foto in rete è una azione quasi automatica, quotidiana, una cosa data per scontata.

Non era così sbagliata insomma quella mia diffidenza da Facebook: in qualche modo avvertivo che quella non era una semplice iscrizione ad un sito Internet che magari, come myspace, era destinato ad estinguersi nel giro di un decennio.
No, come dicevo poc'anzi, Facebook è oggi a tutti gli effetti il depositario della nostra identità digitale: nel corso del tempo è uscito lentamente dalla propria dimensione per proporsi come intermediario nell'iscrizione ad altri siti web (quel tasto "Iscriviti con Facebook" non è solo un modo veloce di risolvere una pratica odiosa come l'iscrizione ad un sito, ma è anche e soprattutto una delega che noi diamo a Facebook e lo facciamo a cuor leggero, senza renderci troppo conto delle conseguenze che ne derivano), come piattaforma di pagamento, come principale posto in cui essere per esistere, assumendo una predominanza tale nel mondo di internet e nella società in generale da non poter essere ignorato (per quanto in molti cerchino di sminuirne l'importanza).
Zuckerberg lo sa e, conscio del proprio potere, prova ad estenderlo ancora, proponendosi come garante della nostra immagine dopo la morte.
Facebook insomma non più solo come luogo di vita e di scambio sociale, ma anche come un grande cimitero on-line nel quale ricordare, celebrare e mitizzare la figura di chi non c'è più.

Ma credo che ci sia dell'altro: quello della vita eterna è sempre stato uno dei sogni dell'umanità. Un sogno che la scienza non ha ancora reso realtà, ma che ha sempre affascinato e che ha sempre avuto una certa importanza in tutti i modi di narrare il fantastico, dalla narrativa alla cinematografia.
Anch'io nel mio piccolo, ho scritto un racconto sull'argomento: in "L'Ultima Battaglia" (racconto edito alcuni anni fa da Eterea e che presto tornerà disponibile in una nuova versione su questo blog) narravo di un mondo nel quale l'uomo, grazie alla tecnologia, era riuscito ad andare oltre la morte, digitalizzando la propria coscienza e backuppandola di corpo in corpo.
La domanda che faceva da sfondo alla storia era: il fatto che in un dato momento dopo la mia morte esista una persona con il mio stesso aspetto fisico, il mio nome, i miei ricordi, la mia forma mentis, significa veramente che io sono ancora vivo ed ho battuto la morte? Quello sono davvero io o è un'altra persona i cuoi frammenti di me riecheggiano nella sua mente come in un sogno?
La tecnologia ci farà esistere in eterno o sarà l'ennesima e la più grande delle menzogne che l'uomo ha raccontato a sé stesso?
In futuro potrebbero nascere delle aziende dedicate a questo preciso compito: immaginate di pagare una sorta di assicurazione, non sulla vita, ma sulla morte. Paghi un prezzo esiguo ogni mese, per assicurarti che la tua identità digitale venga preservata e curata dopo il tuo decesso.
Nella società dell'immagine, nella quale apparire è una parte inscindibile dell'essere e dell'esserci, anche questo può essere un primo passo verso l'immortalità?

giovedì 18 luglio 2013

Lettera ad una persona cara che non vedo da un bel po'

18.7.13
Ciao caro, come va?

E' da un po' che non ci sentiamo: so che le cose non vanno bene e mi piacerebbe dirti che miglioreranno.
In parte è vero: avrai un sacco di amici che non ti lasceranno solo e ti divertirai, oh se ti divertirai!
Quelle cuffie che tieni sempre alle orecchie per avere una voce a farti compagnia, - so che stenterai a crederlo - non ti serviranno più. Ne avrai così poco bisogno che le perderai continuamente.
E non ti interesserà ritrovarle.

Vorrei dirti che anche a casa le cose sono migliorate, ma non è così. Conosci bene la situazione: non è necessario che mi dilunghi più di tanto. Per farla breve potrei dire che nulla è cambiato.
Ah no, questo non è propriamente vero: abbiamo un gatto! Si, davvero! Non sto scherzando!
Non starò a spiegarti come, quando e perché è arrivato, ma con la sua presenza, pur rimanendo nella più totale inconsapevolezza di ciò che lo circonda, ha smorzato tante situazioni spiacevoli.

Non continuerai gli studi. Almeno non subito. Inizierai a lavorare in una ditta di informatica. Non finirà bene, ma nel viaggio incontrerai tanta gente e, prima che smettano di pagarti, guadagnerai anche qualche soldo.
Ci saranno anche delle delusioni: tante persone spariranno dalla tua vita, ma per ognuna persa ne troverai almeno due ad attenderti lungo la strada. Vuoi sapere un segreto? La via è lunga, molto più lunga di quanto ti saresti aspettato. Ci sono tratti in salita, altri dove la strada è scoscesa o sterrata e c'è tanto da camminare, ma ne varrà sempre la pena. Perché quello che troverai sarà meraviglioso.
Imparerai che l'unico modo di essere preso in considerazione ed apprezzato dagli altri è credere in sé stessi ed è una cosa nella quale non sei mai stato un granché bravo.

Come ti dicevo non tutto andrà per il meglio, ma la maggior parte della colpa sarà tutta tua.
Perché non importa di quante persone ti circonderai, di tanto in tanto la solitudine tornerà a bussare alla tua porta. E tu le aprirai.
Perché nasconderai il tuo disagio dietro ad un sorriso e ad un paio di battute sciocche, ma per quanto ti sembrerà di essere cambiato troverai la stessa maschera ad attenderti davanti allo specchio.
Perché non importa quanto lontano getterai quelle cuffie. Muteranno forma e torneranno quando meno te lo aspetti.
Perché non sarai mai libero finché non troverai la forza di raccogliere un martello da terra e spaccare la dannata campana di vetro nella quale ti sei rintanato tanti anni fa.

Per adesso è tutto, Michael. Spero di risentirti presto.
Alla prossima.

M.B.

martedì 26 marzo 2013

Nove anni...

26.3.13

Dammi una ragione,
La via è troppo lunga,
L'odore troppo forte
E la luce mi divora.

Come un morto che respira,
Mangia terra, scava e piange
Come un corpo dimenticato
A cui niente più non tange.

25 maggio 2004 - 26 marzo 2013

giovedì 7 marzo 2013

Un sogno inatteso

7.3.13
Ti ho sognata questa notte e il mio cuore non trova pace.
In un mondo assai diverso, so che eravamo insieme.
Solo briciole nella mia mente di un ricordo fallace
Gettate qua e la, come nell'orto si sparge il seme.

Qualcosa era accaduto,
Un dolore da affrontare
Dal contatto poi lenito
Senza lacrime versare.

Ben poco riesco a ricordare
(le dita nostre intrecciate)
Ma sufficiente per esumare
Sensazioni inaspettate.
<M>

lunedì 26 luglio 2010

Lettera al signor Nessuno

26.7.10

quella qua sopra è un'opera dell'artista Omero Crivello. Se volete vedere altri lavori dell'autore del quadro, cliccate QUI.

Caro signor Nessuno,
ti scrivo una lettera perché so che non la leggerai. Non sarà un'opera d'arte, non verrà ricordata nel tempo: è solo uno sfogo di una notte di fine luglio e non vuole essere niente di più.
Caro signor Nessuno,
Tu non hai un nome, perché darti un nome significherebbe darti una umanità che non mi hai mai dimostrato.
Sei uno strano essere dalle molteplici facce, un topo impaurito, un viscido verme, un inaffidabile scorpione.
Se ti scrivo, caro signor Nessuno, ho un motivo ben preciso: ho un racconto da narrarti; il racconto di ciò che rimarrà di te, quando l'impassibile e fredda Morte verrà a trovarti.
Il mondo non si ricorderà di te, signor Nessuno, ma potrebbe essere altrimenti?

Cosa hai fatto di buono nella vita? Non hai mai capito ciò che conta realmente: non sono i soldi, caro signor Nessuno, non è la Fortuna, non le macchine, non la notorietà.
Quello che conta è lasciare un segno, una memoria, qualcosa per la quale valga la pena essere ricordati.
Ma tutto ciò che il mondo ricorderà di te è racchiusa in me, perché io sono l'eredità, il testamento, il giudice di una vita intera. La tua.
Ed è questo il momento del giudizio. E' questo il momento in cui ti racconto ciò che mi hai lasciato.
Rimpianti. Non c'è niente di peggio del rimpianto, del rimorso, della consapevolezza che le cose sarebbero potute andare diversamente, se solo lo avessimo voluto. Ma non hai veramente mai voluto niente dalla vita, signor Rimorso? Piangersi addosso non porta mai a niente, ma è questo ciò che hai sempre fatto. Sperare che le cose accadano senza fare niente perché si realizzano non ti ha portato molto lontano. Ma potevi realmente aspettarti dell'altro dalla vita?
E quello che ti rimane, quello che mi rimane, è un grande, incontrollabile odio represso. Non vorrei odiare, non vorrei odiarti, ma l'odio è l'unica cosa che mi hai lasciato.
L'odio e il rimpianto sono le tue uniche eredità, una ricetta perfetta, un sublime cocktail di infinita disperazione per te e le persone che ti circondano.
Non è questo ciò che voglio e non è questo ciò che farò della mia vita.
Ed è per questo che ti dico addio, signor Nessuno: mi allontano da te perché allontanarmi è l'unico modo di diventare realmente qualcuno.
Ma potrei realmente liberarmi dall'odio e dalla disumanità con le quali mi hai infettato, se continuassi a tenere dentro un tale peso, a rinfacciarti della miseria che mi circonda?
Non sarei forse un ipocrita? Non mi abbasserei al tuo livello?
Solo adesso prendo coscienza di quale sia la chiave di volta, la prima delle mille porte da aprire per allontanarmi per sempre da te: la porta del perdono.
Mi sarai indifferente, caro signor Nessuno, ma sarai dispensato dai tuoi peccati. Non perché tu te lo sia meritato, ma perché me lo merito io. Mi merito di essere una persona migliore di te.
E la via, chiara come mai prima d'ora, è quella di non abbandonare un signor Nessuno: prima di lasciare per sempre le tue aride terre, dovrò avere la forza di mutarti in un signor Qualcuno.

domenica 18 luglio 2010

L'armadio dei ricordi

18.7.10

Mettere in ordine può essere una delle esperienze più catartiche nella vita.
Vi è mai capitato di aprire un armadio pieni di oggetti e cianfrusaglie?
Allo sguardo di un estraneo quelle possono sembrare cose inutili, ma ognuna di loro è per voi di estrema importanza, perché vi ricorda qualcosa: cose che sapete ed altre che avete dimenticato lungo il percorso; un passo della vostra vita, una giornata divertente, uno scherzo tra amici, un errore.

Quell'armadio contiene la vostra vita e frugarci all'interno è come frugare per un attimo dentro se stessi.
Arriva così il giorno in cui non c'è più spazio e, per poter andare avanti, si è costretti a buttare via qualcosa.
Arriva così il momento della scelta: attentamente esaminiamo una ad una le cose contenute nell'armadio e decidiamo cosa vale la pena di tenere e cosa no, quello che è necessario ricordare, e quello che, per quanto abbia fatto parte della nostra vita, non è più fondamentale e non contribuisce a ciò che siamo oggi.
Ritagli di giornale, quaderni di racconti e poesie, libri di orientamento all'università. Gioie, rimpianti, speranze e ricordi di ciò che eravamo e ciò che siamo. Lentamente ogni oggetto conosce il proprio fato, quello ingiusto ed inevitabile della pattumiera o il ritorno nell'armadio, in attesa della prossima pulizia.
A sera, quando il lavoro sarà finito, potremo salutare una parte di noi stessi, gettando l'immondizia e, guardando i sopravvissuti alla selezione, avere uno sguardo di ciò che siamo stati, siamo e saremo...

Beatrice è il cognome è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

Rilasciato sotto licenza
Creative Commons CC BY-NC-ND 2.5 IT

Copyright © 2010-2021 Michael Beatrice
MichaelBeatrice.net: Beatrice è il cognome

Post Recenti

recentposts

Random

randomposts