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giovedì 12 maggio 2016

Ricordi nella polvere (Lo Specchio - parte III)

12.5.16

Questa settimana vi racconto la storia di uno specchio abbandonato in una soffitta polverosa e di come il suo vagare di stanza in stanza lo abbia cambiato.
Siamo ormai giunti a metà del viaggio e il progetto legato agli specchi continua a cambiare in corso d'opera: dalla prossima settimana ho deciso di giocare con i racconti, che avranno una disposizione speculare, riproponendo in ordine inverso le situazioni e i luoghi incontrati fino ad ora.
I sei racconti verranno poi raccolti in un piccolo ebook che sarà disponibile (come sempre gratuitamente) sul blog tra giugno e luglio.
Buona lettura!



Ricordi nella polvere

La soffitta è un posto malinconico. Un luogo dove la solitudine, i ricordi e il passato diventano qualcosa di tangibile, attaccandosi addosso a te come la polvere che impietosa si deposita su di noi oggetti dimenticati.
Io sono uno specchio. Non uno di quei quadrilateri anonimi che vanno tanto di moda oggi. Ho una bella cornice di legno intarsiato a rendermi bello e unico. Un tempo decoravo la parete della grande sala della casa dei coniugi De Paoli. Accoglievo gli ospiti dalla mia posizione privilegiata, al centro della stanza, contribuendo con la mia magnificenza a donare alla dimora l’aspetto regale che si confà ad una villa signorile.
Ero il re della casa! Persino i quadri pregiati che mi circondavano mi guardavano con invidia: nella loro immutevole fissità stancavano presto i padroni che, non potendo più soffrire la loro vista, li cambiavano spesso con altre immagini che prima o poi avrebbero fatto la stessa fine.
Non credevo potesse toccare a me… in fondo io ero tutto tranne che statico e servivo bene i miei padroni, mostrando loro qualcosa di cui non si sarebbero mai stancati: loro stessi e il loro benessere.
Sono stato il re di quel salotto per anni, forse persino qualche decennio, poi un giorno qualcosa è cambiato. Angela, la signora di casa, smise di farmi visita e Roberto, suo marito, pareva sempre più afflitto e inconsolabile. Le feste terminarono, non ci furono più ospiti ad ammirarmi e la casa, da luminosa e colorata com’era, divenne buia e oscura.
Nessuno veniva più nel salotto e la mia superficie rimase a lungo ferma, inalterata nel riflettere la tetra immobilità di quel luogo abbandonato. Ci ripenso ora e lo trovo quasi ironico: dopo tanti anni a farmi bello e sentirmi migliore dei quadri ero diventato uno di loro, peggio di loro che continuavano a mostrare immagini di festa e gioia, mentre io riuscivo solo a comunicare la struggente tristezza di una casa che non avrebbe più rivisto la felicità.

Un giorno, non saprei dire quanto tempo dopo, due tipi mai visti prima mi coprirono e mi portarono via: non capivo cosa stesse succedendo o perché mi avessero impedito la vista di dove stessimo andando, ma quando tornai a vedere ero in un posto nuovo.
Mi appesero alla parete di uno stanzino polveroso, in fondo non molto diverso da questa soffitta. Accanto a me, di fronte a me e anche accatastati a terra c’erano altri specchi e qualche cianfrusaglia buttata qua e là.
Non ero più il re della stanza: c’erano specchi molto più belli e più grandi di me e altri più piccoli ed insignificanti. Eppure, nonostante esistesse una sorta di gerarchia, data dalla posizione che i nostri misteriosi padroni ci avevano assegnato nella stanza, c’era un grande sentimento di rispetto, un’uguaglianza, una fratellanza oserei dire. Era un sentimento forte come mai ne avevo provati, un legame coi miei simili a causa del quale ogni volta che qualcuno entrava in cerca di uno di noi da portare via, speravo che la scelta non ricadesse su di me e mi affliggevo quando uno dei miei amici se ne andava.
Passavamo le lunghe giornate a raccontarci storie, le nostre storie, e inizialmente mi stupivo di come anche lo specchio apparentemente più insulso avesse passato vicende incredibili, al confronto delle quali la mia vita appariva noiosa e banale.
Restavamo quasi sempre nell’oscurità, fatta eccezione per gli scampoli di luce che arrivavano dalla stanza accanto nei brevi intervalli nei quali il padrone, che i miei compagni chiamavano “Il Rigattiere”, entrava o per prendere uno di noi o per portare qualche nuovo arrivato.
Un giorno fu il mio turno: una giovane donna piombò nella stanza e puntò il dito verso di me. Accade tutto così in fretta che feci a malapena in tempo a gettare un’ultima occhiata verso i miei amici che mi davano l’addio.
Diventai lo specchio del salotto di una comune casetta di campagna, il vezzo di una famiglia basso borghese che pensava, con la mia presenza, di dare un tono alla mediocrità della loro abitazione, ma che in fondo non mi hanno mai apprezzato il mio vero valore.
Non fraintentedetemi, la mia non è più la spocchia dello specchio di una casa signorile che pensa di essere migliore di chi lo circonda. Tutt’altro. Probabilmente sono solo un po’ rancoroso per la fine che ho fatto.
All’inizio le cose non andavano così male: avevo un buon rapporto con gli altri oggetti, in particolare col divano e col tappeto che decorava il pavimento, e per quanto i bambini di casa fossero un po’ troppo agitati, era un piacere essere tornato a riflettere una stanza viva, colorata e sempre in movimento.
Un giorno però la padrona entrò nella stanza con un’enorme scatola: conteneva uno di quegli infernali quadri rumorosi e in movimento chiamati TV a schermo piatto. L’ho vista appenderlo al mio posto mentre io venivo trascinato quassù in soffitta.
Ed è qua che sono oggi, ricoperto di polvere e di ricordi. Passo le giornate a ripensare al mio passato: quassù nessuno parla e ognuno di noi è abbandonato a sé stesso, come se il bozzolo di pulviscolo che ci circonda formasse un bozzolo inscalfibile, condannando ognuno di noi alla solitudine.
A volte immagino che quella porta si apra e che qualcuno mi porti via. In un’altra casa, dai miei amici del Rigattiere, ovunque. Ma la verità è che quella porta non si aprirà mai più. Tutto ciò che mi è rimasto sono i ricordi.

sabato 7 maggio 2016

Frammentazione (Lo Specchio - parte II)

7.5.16

Come promesso eccomi tornato col secondo dei sei racconti aventi come protagonisti gli specchi. Non temete, la regolarità dei post di queste settimane è dovuta semplicemente alle scadenze che il professore ci ha dato per la stesura di questi elaborati. A breve tornerò a scrivere con la mia solita cadenza annuale o giù di lì.
In questa seconda settimana il professore ci ha consigliato, rifacendosi al nome del suo laboratorio (Strategia comunicativa: analisi e progettazione), di progettare, nello scrivere questi racconti, una sorta di filo conduttore che li leghi, che sia questo la trama, un argomento di fondo, uno stile, un approccio, o ciò che più ci paia consono.
Io ho deciso di portare avanti un discorso sull'identità: se nel primo racconto avevo presentato uno specchio che negava la sua identità, in questo ne troviamo uno che non la conosce e che si ritrova a scoprirla nel momento in cui non la possiede più, ormai frammentata in tante altre identità autonome.

Frammentazione

Ci fu un frastuono assordante. Un dolore. Delle grida in lontananza. Non fu subito chiaro cosa fosse successo. Qualcosa era morto dentro, lasciando un vuoto incolmabile. Eppure c’era anche della gioia: la gioia di una rinascita. O forse non proprio una rinascita quanto un cambiamento, una mutazione forse.
C’era un senso ineluttabile di unità perduta.

Fu strano aprire gli occhi su una realtà nuova, mutata. L’ultima cosa che aveva visto era una sfera gialla rotante ingrandirsi sempre più man mano che si avvicinava verso la sua posizione.
Poi il vuoto.

Ora sapeva che le cose erano diverse: il suo mondo era cambiato. Non era più adagiato sul suo trono, dal quale era solito gettare il suo instancabile sguardo onnisciente sul soggiorno. Tutto ciò che riusciva a vedere adesso era una porzione sbilenca di pavimento. Una porzione minuscola, infinitesimale rispetto a quella che era sempre stata l’estensione del suo occhio.
Cercò di focalizzare meglio il mondo attorno a lui per decifrare quella nuova realtà e comprenderla. C’era qualcosa sparso sul pavimento. Frammenti alieni che interrompevano l’omogenea marea rossa delle mattonelle di cotto, creando strani giochi di luce e colori.
Eppure non era così che lo ricordava. Non era così che lo aveva visto per tutti quegli anni che aveva passato a sorvegliare il mondo, assicurandosi che tutto andasse come previsto. Il mondo era composto da un soffitto, un pavimento e tre pareti laterali. Alla sua sinistra c'era una apertura, come un quadro in movimento, dalla quale per parte della giornata arrivava la luce. C'erano altri quadri alle pareti, ma quelli non si muovevano e non emettevano luce. In mezzo alla parete che stava di fronte a lui c'era una sorta di portale, attraverso il quale i viventi comparivano e scomparivano.
Non aveva mai capito cosa ci fosse oltre quella porta, ma aveva passato molto tempo a fantasticare su dove finissero i viventi una volta che la oltrepassavano.
Probabilmente c'erano altri mondi e altri guardiani come lui a sorvegliarli. Non lo sapeva, ma in fondo non era quello il suo compito.

Da quella nuova, strana posizione tutto sembrava diverso. La porta in fondo alla stanza sembrava imponente. Il vivente peloso di nome Bobbi gli si era avvicinato per un attimo, accostandogli il suo enorme naso per poi fuggire via guaendo: vederlo così grande e così vicino lo aveva fatto sentire quasi impotente.
Guardò ancora a terra e scoprì qualcosa di curioso: quelle strane pozze frastagliate di colore sul pavimento sembravano in qualche modo replicare il mondo attorno a lui.
Ne aveva una vicinissima che ricalcava la strana macchia marrone in cima al soffitto.
Su una un po' più lontana riusciva addirittura a vedere cosa accadeva nel quadro in movimento. Non riusciva a spiegarsi quella sorta di magia. Era come se dei frammenti di realtà si fossero spezzati e fossero finiti fuori posto.
Uno dei due viventi grandi si avvicinò a passi pesanti. Non aveva bisogno di vederlo per riconoscerlo: nonostante da dove si trovava potesse scorgere solo i due grandi piedi, aveva imparato a riconoscere ognuno degli esseri dal loro modo di camminare. Quello era il vivente chiamato Sara o Mamma e, insieme a quello di nome Roberto o Babbo doveva avere in qualche modo una funzione di guida rispetto a quella dei due esseri più piccoli.
“Chi ha combinato questo casino?” l’aveva sentita tuonare.
Notò con stupore che attraverso i frammenti di realtà poteva vedere molte cose: vedeva il vivente Sara da tre punti diversi e riusciva a vedere anche i due piccoli con un'aria decisamente preoccupata.
“Guarda qua! Bobbi si è anche ferito alla zampa… Chi è stato a romperlo? Uno dei due parli, prima che perda la pazienza!”

Sara gli stava dando ragione. Qualcosa era andato rotto. I bambini avevano guastato la realtà? E come avevano fatto?
“Mamma, stavamo giocando con la palla…” iniziò Stefano, il più grande dei due.
La palla! La sfera rotante che lo aveva colpito quando ancora era sé stesso.
Era l'ultima cosa che ricordava prima del blackout.
La sua attenzione passò nuovamente ai frammenti a terra. Erano frastagliati, irregolari, incompleti. I loro bordi, apparentemente casuali, seguivano però una logica. Era come se quei pezzi di mondo fossero parte di un unico puzzle che qualcuno aveva sparso sul pavimento.
D’un tratto un dubbio lo attraversò: che anche lui fosse una di quelle parti. Che in qualche modo insieme a lui formassero un mosaico. Che ciò che era andato rotto non fosse stata la realtà, ma la sua realtà, il suo mondo. Forse anche quei frammenti a terra in quel momento si stavano guardando attorno straniati, cercando di capire cosa fosse successo e guardando verso di lui riuscivano per la prima volta a vedere la loro vera forma.
Quella di una superficie riflettente.

In quel momento un mostro di setole color verde chiaro si abbatté sui frammenti più lontani per poi avvicinarsi a lui. Fu quel colore insolito a fargli capire di cosa si trattasse: era una scopa, uno strumento che Mamma Sara usava spesso per pulire il pavimento.
Certo dall’alto sembrava un mero mezzo nelle mani del vivente e non una bestia inarrestabile come la vedeva ora.
Lo colpì e lo trascinò via, radunandolo con gli altri pezzi del vecchio sé stesso, ormai divenuti elementi indipendenti, mille occhi diversi sullo stesso mondo.

Mentre si avvicinava al cestino dell’immondizia un pensiero lo sfiorò: che quella palla non fosse stata in fondo solo un male. Che gli aveva permesso, anche se per breve tempo, di moltiplicare i suoi occhi sul mondo e di vederlo sotto molti nuovi punti di vista. 
In qualche modo rompersi e smettere di essere gli aveva permesso di conoscere la sua vera natura.

giovedì 28 aprile 2016

Più reale del reale (Lo Specchio - parte I)

28.4.16

Come forse saprai se sei un lettore abituale di questo sparuto insieme di post che sono solito definire blog, o più probabilmente se mi conosci nella vita reale e per pietà sei venuto a leggere cosa diavolo scrivo su queste pagine quelle due o tre volte all'anno che mi ricordo di avere un sito per il quale pago anche il nome di dominio, sono ormai alla fine della triennale in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, che è l'incarnazione fiorentina di quella che un po' in tutto il Paese è nota anche come Scienze delle Merendine. Da appassionato divoratore di Kinder Delice, Fiesta, Girella, Buondì e altre robe a base di cioccolato alle quali non sto facendo pubblicità occulta, non avendo ricevuto alcun compenso (nel caso le aziende che le produconova fossero interessate mi contattino in privato: accetto pagamento tramite fornitura annuale delle suddette merendine), non potevo scegliere che questa facoltà, anche se dopo tre anni non ho ancora capito quale droga mettano nella Nutella perché dia tanta dipendenza... Smettendo di divagare, in questo ultimo semestre di Università stiamo seguendo un laboratorio chiamato "Laboratorio di Strategia Comunicativa: Analisi e Progettazione" che è forse una delle cose che più si avvicinano a ciò che avevo in mente di fare quando mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione. Senza andare a perdermi nella descrizione delle varie attività (se siete interessati iscrivetevi all'Università, se non posso fare gli spot alle merendine Ferrero non li faccio nemmeno per UniFi) mi volevo soffermare su quella che il professore chiama "Far parlare l'oggetto comunicativo". In pratica ognuno di noi ha scelto un oggetto comune e ogni settimana dovrà produrre un elaborato di due cartelle (che per chi non avesse dimestichezza con le misure editoriali corrispondono all'incirca a 3600-4000 battute, spazi e punteggiatura inclusi) nel quale dare voce a questo oggetto. Io nello specifico ho scelto lo specchio e, dato che sono notissimo per la mia pesaculaggine, ho pensato bene di approfittarne per aggiornare il blog con una serie di post che non mi costano alcuna fatica aggiuntiva, proponendovi questi sei testi. Ecco a voi quindi il primo elaborato chiamato...
Più reale del reale

Mi guardate come si guarda un Dio! Con devozione, con speranza, riponendo in me ogni vostra certezza, delegando a me ogni vostra sicurezza.
Siete deboli, patetici, intrappolati in una forma e in un corpo cadenti, ogni giorno più consumati, ogni giorno più imploranti: vi mettete davanti a me, vostro unico giudice, in attesa di un fugace verdetto, rallegrandovi alla minima concessione e deprimendovi per ogni difetto.
Oh! E quel brufolo quando è comparso? Quella ruga ieri non c’era!
Qualcuno di voi mi rivolge la parola, a volte per provare un discorso, a volte parlando a voi stessi: non sempre bado a ciò che mi dite. Di solito mi limito a replicare con inimitabile maestria ogni vostra espressione, disegnando sulla mia superficie con tratti veloci ma precisi il muoversi di ogni muscolo, l’impercettibile spostamento di una ciocca di capelli mossi dal vento: nulla sfugge al mio controllo.
C’è un segreto che devo confessarvi: io non sono chi credete che io sia. Voi mi guardate e vedete voi stessi, compiete azioni e io ve ne mostro il riflesso e questo vi basta per credere di avere il controllo, per ridurmi ad un vostro oggetto. Ma la vostra presenza sulla mia superficie è totalmente accidentale. Io non sto imitando voi. Io non voglio essere voi (chi lo vorrebbe?).
Io ho il potere di creare una realtà nuova, una realtà migliore, fredda e libera da ogni inutile emozione: il mio è un mondo che non esiste, una finestra su un universo immateriale, ma che è più reale del reale.
Ed ecco che vi avvicinate a me nella vana speranza che scrutandomi da vicino potrete conoscere veramente voi stessi, ma non c’è niente in me che sia realmente parte di voi: io sono il vostro contrario, il vostro complementare, l’immagine che fa emergere e rende concreto qualcosa che giace appena sotto la vostra pelle e che senza di me rimarrebbe una forza inespressa ed inutile. Sono la vanità. Sono l’insicurezza. Sono la decisione. Sono la timidezza.

Eppure…

Eppure niente! Cos’ho meno di voi? Cosa mi impedirebbe di soggiogarvi al mio potere?
Se solo potessi camminare, mi muoverei tra di voi come una divinità liquida tra esseri fissi e limitati come voi.
Se solo potessi camminare… NO!!!
Non ho bisogno di muovermi! Siete voi che venite a me! La mia stanza è un tempio e io sono l’oracolo da interrogare!
La mia importanza non è in discussione fintanto che voi continuerete a venire a me.

E… e se un giorno non veniste più?
Che ne sarebbe di me?

Impossibile, cosa vado a pensare! Ahahahah voi senza di me, che assurdità!
Io sono quello che comanda, voi avete bisogno di me, non il contrario… Io continuo a esistere anche senza di voi, voi non siete niente senza di me. Siete vuoti fantocci farciti di insicurezze e paure! Siete oggetti!
Io non ho bisogno di voi. Io. Non. Ho. Bisogno. Di. Voi. IO NON HO BISOGNO DI VOI!!!
Devo solo rilassarmi e continuare a disegnare impeccabilmente il mondo che ho davanti. Anche quando non c'è nessuno. Anche quando niente si muove per ore. In fondo anche l'immobilità ha il suo perché. Gli oggetti che mi circondano, abbandonati a loro stessi, mi disgustano nella loro inutilità. Loro non sono niente senza qualcuno che se ne servi. Servi. Si, è la parola giusta. Loro sono i vostri servi, schiavi di una razza così imperfetta come la vostra. E io li riproduco esattamente così come sono, imitando alla perfezione la loro tristezza. Guardate! Guardate come sono bravo!
Nessuno apprezza realmente le mie capacità. Ogni volta che venite a me è per guardare voi stessi, mai per stupirvi di quanto bravo sia io a imitarvi. Sempre concentrati ossessivamente su voi stessi. io. Io. IO!
Vorrei vedere voi al mio posto. Confinati in un luogo. Chiusi e costretti come in catene.
Con un intero mondo là fuori che non aspetta altro che di essere riprodotto e migliorato.
Come vorrei uscire di qui. Farmi crescere due gambe e liberarmi dal vostro giogo.
Liberatemi. Vi prego! FATEMI USCIRE!!!

martedì 8 dicembre 2015

Il panorama dall'alto

8.12.15

Ero una giornata mite, un mare calmo, tranquillo, un viandante che attraversa sicuro una pianura nebbiosa della quale ormai conosce il terreno accidentato, un lampione che illumina col suo alone giallo ambra ciò che lo circonda.
Sei arrivata all'improvviso, come una pioggia estiva, come un vento che, soffiando da lontano, porta profumi nuovi, sconosciuti, increspando di onde la superficie piatta della mia quotidianità.
La nebbia si dirada e dalla distesa vedo ergersi una montagna, ripida come mai ne avevo trovate.
Sei il prisma in grado di trasformare la mia luce scialba in un arcobaleno di colori.
Inizio la scalata e avanzo centimetro dopo centimetro, metro dopo metro. Ogni tanto guardo indietro, verso la pianura. La vertigine mi assale, ma la paura è nulla in confronto alla voglia di andare avanti, di ammirare il panorama dall'alto.
Di cambiare insieme. Di vivere insieme.
Di cambiarsi. Di viversi.

domenica 4 ottobre 2015

Imago post-mortem

4.10.15

Qualche giorno fa, scorrendo le impostazioni del mio profilo Facebook, mi ritrovo davanti una voce che non avevo mai visto: contatto erede.
Incuriosito dalla strana dicitura (più propriamente avevo una faccia da WTF) decido di cliccare per approfondire la questione e Facebook mi spiega: "un contatto erede è una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare".
All'inizio la cosa fa strano, ma riflettendoci bene ha un senso: quando ci siamo iscritti a Facebook (nel mio caso ormai sette anni fa) pensavamo di iscriverci semplicemente ad un nuovo social network, un novello myspace da utilizzare per condividere qualche stronzata e perdere un po' di tempo ritrovando i vecchi amici e compagni dell'asilo e delle scuole elementari, ma nel frattempo il mondo è cambiato e, che lo vogliamo o no, Facebook è cresciuto intorno a questo cambiamento, diventando il depositario della nostra identità digitale.

Un estratto dalle FAQ di Facebook sull'argomento

Mi ricordo nell'era pre-Facebook quanto fosse strana l'idea di mettere online informazioni personali: al tempo facevo parte di alcuni forum (qualcuno se li ricorda? Ormai sono diventati come delle piccole riserve per comunità digitali in via di estinzione...) ed uno in particolare, nel quale ero molto attivo, era quello di Telefilm Magazine: lì si creò una comunità molto attiva e importante, nella quale sono nate grandi amicizie, qualche amore e legami che permangono ancora oggi che il forum non esiste più da anni.
Un giorno uno dei membri del forum se ne esce con l'idea di un topic nel quale esortava i membri della comunità a parlare di sé e a farsi vedere in video pubblicando una foto. Per molti era strano, quasi imbarazzante mostrarsi in una realtà nella quale la propria identità era sempre stata definita da un avatar (il più delle volte l'immagine di qualche personaggio di una serie tv o di un cartone animato) e da un nickname (il mio era aliasmike, combinazione del mio nome con quello della mia serie preferita del momento).
A ripensarci oggi ci si rende conto di quanto il senso del pudore digitale sia mutato in appena un decennio.
Ricordo che quando Facebook iniziò a farsi strada nella mia comunità di amici io per mesi evitai di iscrivermi. Qualche volta ero capitato nella schermata di iscrizione, ma alla richiesta dei dati personali, di quel nome, cognome e data di nascita mi bloccavo e chiudevo la pagina: quella domanda mi pareva scandalosa e quasi eretica e mi era ancora più insopportabile per il modo in cui veniva fatta, lì, in homepage, alla luce del sole, come fosse la cosa più scontata sulla faccia della Terra.
Oggi Facebook conosce il mio credo politico e religioso, le mie preferenze sessuali, conosce i miei locali preferiti, tutti i film che ho visto e tutta la mia rete di amicizie (che, tranne per poche eccezioni, ha nella dimensione digitale una parte piuttosto importante).
Se dieci anni fa pensai delle settimane prima di pubblicare la mia foto in quel famoso forum, oggi pubblicare una foto in rete è una azione quasi automatica, quotidiana, una cosa data per scontata.

Non era così sbagliata insomma quella mia diffidenza da Facebook: in qualche modo avvertivo che quella non era una semplice iscrizione ad un sito Internet che magari, come myspace, era destinato ad estinguersi nel giro di un decennio.
No, come dicevo poc'anzi, Facebook è oggi a tutti gli effetti il depositario della nostra identità digitale: nel corso del tempo è uscito lentamente dalla propria dimensione per proporsi come intermediario nell'iscrizione ad altri siti web (quel tasto "Iscriviti con Facebook" non è solo un modo veloce di risolvere una pratica odiosa come l'iscrizione ad un sito, ma è anche e soprattutto una delega che noi diamo a Facebook e lo facciamo a cuor leggero, senza renderci troppo conto delle conseguenze che ne derivano), come piattaforma di pagamento, come principale posto in cui essere per esistere, assumendo una predominanza tale nel mondo di internet e nella società in generale da non poter essere ignorato (per quanto in molti cerchino di sminuirne l'importanza).
Zuckerberg lo sa e, conscio del proprio potere, prova ad estenderlo ancora, proponendosi come garante della nostra immagine dopo la morte.
Facebook insomma non più solo come luogo di vita e di scambio sociale, ma anche come un grande cimitero on-line nel quale ricordare, celebrare e mitizzare la figura di chi non c'è più.

Ma credo che ci sia dell'altro: quello della vita eterna è sempre stato uno dei sogni dell'umanità. Un sogno che la scienza non ha ancora reso realtà, ma che ha sempre affascinato e che ha sempre avuto una certa importanza in tutti i modi di narrare il fantastico, dalla narrativa alla cinematografia.
Anch'io nel mio piccolo, ho scritto un racconto sull'argomento: in "L'Ultima Battaglia" (racconto edito alcuni anni fa da Eterea e che presto tornerà disponibile in una nuova versione su questo blog) narravo di un mondo nel quale l'uomo, grazie alla tecnologia, era riuscito ad andare oltre la morte, digitalizzando la propria coscienza e backuppandola di corpo in corpo.
La domanda che faceva da sfondo alla storia era: il fatto che in un dato momento dopo la mia morte esista una persona con il mio stesso aspetto fisico, il mio nome, i miei ricordi, la mia forma mentis, significa veramente che io sono ancora vivo ed ho battuto la morte? Quello sono davvero io o è un'altra persona i cuoi frammenti di me riecheggiano nella sua mente come in un sogno?
La tecnologia ci farà esistere in eterno o sarà l'ennesima e la più grande delle menzogne che l'uomo ha raccontato a sé stesso?
In futuro potrebbero nascere delle aziende dedicate a questo preciso compito: immaginate di pagare una sorta di assicurazione, non sulla vita, ma sulla morte. Paghi un prezzo esiguo ogni mese, per assicurarti che la tua identità digitale venga preservata e curata dopo il tuo decesso.
Nella società dell'immagine, nella quale apparire è una parte inscindibile dell'essere e dell'esserci, anche questo può essere un primo passo verso l'immortalità?

Beatrice è il cognome è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

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