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domenica 1 luglio 2018

Alcune cose che ho imparato nell'ultimo anno

1.7.18

Una volta una persona alla quale volevo bene mi disse che aggiornare questo blog come una sorta di diario personale delle cose che mi accadono nella vita è un modo infantile di portarlo avanti.
Forse aveva ragione, ma dato che è un anno che non scrivo su queste pagine, ci sono alcune cose che ho l'esigenza di buttare fuori e fissarle su questo blog che, pur saltuariamente, mi ha visto crescere e cambiare negli ultimi otto anni, mi sembra una buona idea.
Il miglior riassunto di tutto ciò che ho imparato nell'ultimo anno potrebbe essere una pagina bianca: tabula rasa. E' così che ti senti quando tutto ciò che credevi essere stabile e fuori questione nella tua vita scompare all'improvviso, facendo crollare anni di progetti, sogni e certezze.
Eppure qualcosa è rimasto: la sicurezza del fatto che l'unico modo per stare bene insieme a qualcuno è quello di stare innanzitutto bene con sé stessi, la voglia di dare importanza alle persone alle quali tieni e di sentire di essere fondamentale per loro quanto loro lo sono per te, la decisione nel non accettare di essere trattato come una sorta di scarto, qualcosa da dare per scontato e sempre pronto all'uso al momento del bisogno.
Dare importanza alle persone non significa però necessariamente essere una presenza costante e appiccicosa, anzi: significa esserci nel momento del bisogno, rispettando però gli spazi altrui. Significa sapere di poter contare sull'altro senza che questi ti debba rinfacciare quanto tempo è passato dall'ultima volta in cui ti sei fatto vivo.
Ho capito, o meglio ho avuto conferma della principale differenza tra amicizia e amore: la prima, quando è vera, sopravvive al tempo e alla distanza, la seconda ha bisogno di cura, di gesti, di attenzioni che devono esserci in parte anche nell'amicizia, ma che in una relazione non possono mai essere dati per scontato.
Non so se quello che ho scritto abbia un qualche senso, o se appaia come una sorta di accozzaglia di banalità e a dire il vero non mi interessa nemmeno particolarmente che venga letto: è più che altro una sorta di flusso di coscienza di un momento strano della mia vita, scritto durante un periodo di merda della mia vita durato oltre quattro mesi e che sembra ormai essere quasi al termine.
Vorrei tanto poter dire che quello che ho imparato in quest'anno è che da soli si sta meglio e che il segreto per non stare male è non costruire piani per il futuro, non sognando una vita accanto alla persona che si ha accanto solo per non vedere tutto disintegrarsi come sabbia all'improvviso se le cose non andassero. Probabilmente sarebbe una buona ricetta per non stare male, è vero.
Il fatto è che la cosa più importante che ho scoperto quest'anno è che non mi interessa non stare male, chiudendomi in una apatia che nella mancanza di obiettivi e sogni non ti faccia sentire il dolore della loro perdita.
Io voglio stare bene e allora non vedo l'ora di ricominciare tutto da capo: prendere una mano nella mia, abbracciare, baciare, pianificare e sognare. E se ci sarà nuovamente da soffrire va bene così, perché se non si sta male dopo che si è perso qualcosa, significa che per te quella cosa non era in fondo così importante.

P.S. visto che di banalità ne avevo dette poche... ma quanto è bastarda la musica? E quella strana masochistica voglia di ascoltare sempre le canzoni che sai che dovresti evitare? Vabbè...

lunedì 31 luglio 2017

Sulla musica, la depressione e le cuffie alle orecchie...

31.7.17

Gli anni del liceo sono stati per me un periodo duro, fatto di depressione, solitudine e scelte sbagliate. Sono stati però anche gli anni nei quali ho scoperto la musica rock e mi sono innamorato delle band che di lì in poi avrebbero composto la colonna sonora della mia vita.
Band come i Muse, i White Stripes, i Linkin Park e tante altre che quotidianamente mi accompagnavano nell'insensato trascinarmi per il mondo che era la mia vita. Io ero il ragazzo con le cuffie perennemente alle orecchie, quello che non parlava mai e che quando lo faceva manteneva la voce bassa, pensando che la sua opinione non contasse e che ci fossero persone più capaci di lui, più degne di essere ascoltate.
Era l'inizio degli anni duemila, il periodo del new metal e delle superband come i Velvet Revolver e gli Audioslave, soprattutto degli Audioslave, grazie ai quali il me quattordicenne aveva scoperto l'incredibile voce di Chris Cornell e la potenza dei Rage Against the Machine.
La musica per me era tutto, l'unica cosa che mi dava la forza di andare avanti in una vita della quale non capivo il senso e nella quale mi sentivo costantemente fuori posto.
Mio padre mi dava 5 euro di paghetta settimanale, ma io non li usavo mai per mangiare: li mettevo da parte e a fine mese andavo al Super Disco, il negozio di musica del centro, dove con i miei preziosi venti euro risparmiati acquistavo un nuovo album che prontamente inserivo nel mio lettore CD portatile.
Ricordo ancora il giorno in cui acquistai Meteora, il secondo album dei Linkin Park: era un giorno di assemblea studentesca, uno di quelli nei quali alle dieci eri fuori e avevi la mattinata libera. Il problema in giornate come quella era che c'era un unico autobus che arrivava fino a casa mia e passava solo e unicamente alle 13: così dopo aver fatto la strada verso il centro con alcuni compagni di corso, ero andato al Super Disco, avevo acquistato il nuovo CD e mi ero incamminato verso casa. Ci volle circa un'ora e mezza ad arrivare e nel frattempo ero riuscito ad ascoltare l'album per ben tre volte (era abbastanza breve) e ad imparare molte delle nuove canzoni.

Tutto questo preambolo per far capire che colpo siano state per me le morti di Chris Cornell e di Chester Bennington. Chris se n'è andato il giorno del mio compleanno, qualche mese fa, mentre Chester è scomparso da appena una settimana.
È facile dire "sono rockstar, non le conoscevi veramente" e liquidare il loro suicidio come l'incomprensibile gesto di una persona che non apprezzava tutto quello che aveva attorno. Troppo facile per chi non ha mai sbattuto la testa contro il muro, gridando e piangendo durante la notte, sperando di non svegliarsi. Troppo facile per chi non sa chi c'era in quelle notti senza sonno, quando solo certe canzoni riuscivano a tranquillizzarti perché sembravano parlare a te, esorcizzando i tuoi demoni.
Ne ricordo una in particolare, "Waiting for the end": era passato qualche anno dalla fine del liceo, dal vuoto completo del quinto anno e dal maledetto 2007 e dopo un periodo di relativa calma dove le cose per un attimo erano sembrate migliorare, tutto era cominciato a crollare di nuovo. Una frase di quella canzone parlava direttamente a me. I know what it takes to move on, I know how it feels to lie, All I wanna do is trade this life for somethin' new, holding on to what I haven't got.
Ed era proprio così che mi sentivo: intrappolato in una vita che non volevo, ma dalla quale sembrava impossibile scappare. Sapevo cosa volevo. Sapevo cosa mi serviva per andare avanti. Solo che non trovavo la strada per rendere realtà quei sogni che custodivo nel mio cuore e che sembravano irraggiungibili.
Non so quante volte ho cantato questa canzone. Quante volte ho pianto ascoltandola. Quello che so è che molte volte mi ha dato la forza di andare avanti nonostante tutto. Quello che so è che io sono ancora qui.
Sono passati tanti anni da quel periodo: adesso sono un'altra persona. Una persona che riesce a vivere attivamente la propria vita, fatta di piccoli sogni e grandi difficoltà, di progetti, ma soprattuto di amore e di affetti che prima non riuscivo a vedere né a intercettare. Sono riuscito a intraprendere la strada che avevo nella mia testa e, pur avendo perso tanti anni lungo il percorso, sono deciso ad andare avanti verso il mio obiettivo.
Ma non dimentico il passato e sapere che persone come Chris e Chester non ci sono più fa male. Non tanto per la morte in sé, ma per il modo in cui se ne sono andati, divorati da un male più forte di ogni amore.
Come eroici soldati che hanno teso la mano a tante anime perdute, per poi morire soli sul campo di battaglia.

mercoledì 17 maggio 2017

Avere trent'anni

17.5.17

Alla fine è successo. Doveva succedere. Da un certo punto di vista è bene che sia successo, perché il tempo scorre inesorabilmente e l'unica alternativa per fermarlo, non potendo io ambire ad essere Peter Pan, sarebbe stata ben peggiore.
D'altronde, come diceva Max Pezzali, "il tempo passa per tutti noi sai, nessuno indietro non ritornerà, neppure noi".
E quindi si, oggi compio trent'anni. Trent'anni, lo ripeto perché sia ben chiaro a me stesso: trenta fottuti anni. Far finta di nulla non cambierà le cose.
Cosa ho imparato in tutto questo tempo?
Nulla è la prima risposta che mi viene in mente e, in fondo, non ci farei neppure una brutta figura. In fondo non è stato Socrate il primo a dire: "so di non sapere"?
L'ho sempre trovata una frase illuminante, un monito a farsi continuamente delle domande, senza perdere la voglia di porsele ed evitando l'illusione di avere la chiave per comprendere ogni cosa: una spinta ad essere sempre curioso, non perdendo mai l'occasione per imparare qualcosa di nuovo.

Da personcina seria e organizzata quale sono,
mi son fatto anche il loghetto!!!
Al di là di tutto però finisce comunque che si invecchia e se c'è qualcosa che si impara è a conoscere sé stessi. E allora ho pensato bene di iniziare una piccola serie di post-confessione nei quali racconterò ciò che ho capito di me stesso in questi primi trent'anni di forzata convivenza. Così, giusto perché non posso permettermi lo psicanalista.

Come sempre in questi casi la "rubrica" non avrà cadenza fissa perché sennò mi viene l'ansia e finisce che non scrivo nulla. Comunque cercherò di essere più regolare del solito. Ma senza crederci troppo che sennò diventa un proposito per i trent'anni e si sa che i propositi son fatti per essere enunciati e velocemente dimenticati.
Insomma, ci sentiamo la prossima volta che mi viene voglia.
E ora scusatemi ma vado ad invecchiare!





martedì 9 maggio 2017

Sugli obiettivi e sui traguardi

9.5.17

E cosi ci risiamo: un altro capitolo della mia vita si è concluso. Uno dei più belli. Il 18 aprile, ormai tre settimane fa, mi sono laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione.
Ma come sempre non c'è tempo per riposare sugli allori (nemmeno con la corona di alloro sul capo) e quindi l'unica cosa da fare è voltare pagina e ricominciare.
Darsi nuovi obiettivi, nuovi traguardi, senza mai accontentarsi, senza perdere la fame. Fame di successi, di conoscenza, di vita.
Quando undici anni fa abbandonai gli studi in lacrime col proposito di mettere da parte i soldi per ricominciare non credevo ce l'avrei fatta veramente. Quanti problemi, quante tentazioni mi hanno allontanato da quell'obiettivo.
Quante volte sono stato ad un passo dal desistere. Eppure alla fine ce l'ho fatta. Dopo sette lunghissimi anni sono tornato in un'aula e quello che ho scoperto è che non
ero più il diciannovenne che non vedeva un senso nella propria vita e che sopravviveva ai margini di un mondo liceale che credeva lo respingesse (quando in realtà, seppur inconsciamente, era lui spesso a restarne fuori, isolandosi in un mondo fatto di musica e racconti). E non ero nemmeno più quel ragazzo a cui bastava oltrepassare i piccoli ostacoli scolastici (al tempo apparentemente insormontabili) approfittando di ogni mezzuccio e accontentandosi di andare avanti col minimo sforzo possibile.

In qualche modo quegli anni lontano dalla scuola sono stati tra i più formativi della mia vita. Non me ne sono accorto subito, anzi, eppure quando sono tornato all'università ho capito che era cambiato tutto.
Sarà stato il lavoro, che costringendomi a stare sempre a contatto con le persone mi ha aiutato ad aprirmi verso il prossimo, ma piano piano mi sono costruito un gruppo affiatato di amici che è rimasto legato a prescindere dagli impegni universitari e che spero rimanga tale nel tempo.
Saranno stati quei sette anni passati con quell'obiettivo fisso nel cervello, ma non riuscivo più ad accontentarmi del minimo: iniziato il mio percorso a Firenze ho sempre puntato al massimo, senza mai accontentarmi, dando anima e corpo per quella triennale che per molti può sembrare un piccolo traguardo, ma che nella mia storia personale è il coronamento di dieci anni di sacrifici.
E ora che anche questo traguardo è raggiunto cosa fare? Si va avanti, verso nuovi obiettivi, senza mai fermarsi. È il momento di lasciare il comodo ovile di casa verso una nuova città, verso una specialistica che dia un senso al cammino intrapreso. Perché dopo anni di strade secondarie e dissestate sono tornato sulla via principale. E nessuno può più fermarmi.


Un sentito grazie a tutti gli amici e familiari che sono venuti a Firenze per festeggiare insieme a me :)


sabato 8 aprile 2017

La svolta

8.4.17

Ci sono momenti nella vita di una persona che hanno tutti i caratteri della svolta: improvvisamente tutto cambia, dalle piccole cose alle più grandi e ti rendi conto che un momento della tua vita è finito e che sta per cominciare qualcosa di totalmente nuovo.
Questo è il periodo che sto vivendo negli ultimi mesi: terminate le lezioni universitarie, ormai ad appena due settimane dalla discussione della tesi e con un trasferimento a Bologna da programmare, sto vivendo questi giorni come in una sorta di animazione sospesa, in un limbo tra la mia vecchia vita e la nuova. Intanto ho detto addio alla mia cara vecchia Ka, macchina compagna di mille avventure, e dato il benvenuto a una nuova macchina: altro segno di grande cambiamento.

Finita la tesi, uno scritto di 74 pagine inerente la comunicazione pubblicitaria di Apple, ho deciso di rimettermi finalmente a scrivere: a darmi lo spunto iniziale è stato un concorso qui nella zona di Pistoia che mi ha spinto a creare un brevissimo racconto di appena quattro pagine (quella era la lunghezza massima permessa dal regolamento) chiamato "Il perdono".
Non contento sono tornato alla carica su "THe iNCIPIT", piattaforma che avevo provato ad utilizzare già alcuni anni fa (con l'esperimento tutt'altro che riuscito di un racconto di fantascienza dal nome "L'Ultima Ora") e che permette di scrivere brevi racconti nei quali sono i lettori a votare e decidere effettivamente come far evolvere la trama. Il racconto che ho iniziato a scrivere si chiama "Il risveglio del signor Morrazzi" e parla di un uomo che si sveglia al mattino consapevole di non essere una persona, ma il personaggio di un racconto. Si tratta di un esperimento molto nuovo per me, contraddistinto da un approccio molto diverso alla narrazione da quello che utilizzo di solito: spero che vi piaccia e che abbia maggior successo rispetto al mio precedente tentativo. Se volete leggerlo e votare potete trovarlo a questo indirizzo.

Per il momento è veramente tutto. Come sempre chiudo con la speranza di ricordarmi dell'esistenza di questo blog per tornare a scriverci al più presto e di non pensarci sempre e solo quando mi arriva la mail da Google per il pagamento della quota annuale del dominio.
Alla prossima!

giovedì 28 luglio 2016

Il treno dei sogni

28.7.16

A volte vorrei tornare su quel treno. Il cuore impazzito. Il respiro affannoso. La testa che girava. I miei occhi che cercavano i tuoi per leggervi la stessa muta agitazione, quella che ti prende quando inaspettatamente le cose vanno come vuoi tu, quando contro ogni previsione il vento inizia a soffiare dalla tua parte.
Cercavo l'eccitazione, la complicità, la conferma che quello che stavamo vivendo stesse accadendo davvero. Che non fosse un sogno.
Ma in fondo lo era: era un sogno ad occhi aperti, un regalo che ci eravamo fatti l'un l'altra.
Per chiunque altro quello era un comunissimo viaggio in treno, ma non per noi che guardavamo fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva veloce verso un futuro nuovo, ignoto, mentre il rumore incessante delle rotaie sembrava fare a gara con i tonfi nel petto che batteva tanto forte da far male.
Salendo su quel treno avevamo deciso di chiudere definitivamente un capitolo della nostra vita e di iniziare il successivo. Avevamo chiuso i nostri vecchi libri, quei libri che conoscevamo così bene, con quelle loro pagine consumate e giallognole ai lati, con quell'odore che avremmo riconosciuto tra mille, confortante come può essere confortante la quotidianità del già conosciuto, e avevamo aperto un nuovo libro, il nostro, ancora vuoto, con le pagine di un bianco quasi abbagliante, tutte da scrivere. Insieme.
Scesi da quel treno niente sarebbe stato più come prima. Scesi da quel treno io e te saremmo diventati noi.
Eppure ancora oggi, quando mi sveglio la mattina al tuo fianco e i nostri occhi aprendosi si incrociano illuminati dalla luce di un nuovo giorno, ti guardò ancora come quella volta sul treno, cercando nei tuoi occhi la conferma che sia tutto vero. Che non sia solo un sogno.

giovedì 30 giugno 2016

I cassetti dell'anima

30.6.16

Lo avevo già detto in un uno dei primi post che ho scritto su questo blog ormai tanti anni fa: mettere a posto è un po' come guardarsi dentro, fare un viaggio nella propria storia e scoprire cosa siamo stati e cosa saremo. Buttiamo via oggetti, ricordi, parti di noi che decidiamo non esserci più necessari e rimettiamo a posto altre cose dalle quali ancora ci sembra impossibile staccarci.

La mia camera non è mai stata granché ordinata e la mia tendenza all'accumulo non ha aiutato: per qualche motivo ogni oggetto mi sia capito tra le mani per me non è mai stato semplicemente un oggetto, ma un frammento di storia, che si trattasse di un biglietto del cinema, di uno scontrino di Starbucks o del ritaglio di un giornale. Col tempo questa mia tendenza ha raggiunto livelli di preoccupante insanità mentale e ho iniziato ad accumulare i depliant del cinema, quelli di Blockbuster, fino anche ad una selezione di sacchetti di negozi nei quali ho fatto acquisti durante alcuni viaggi all'estero. I cassetti dell'armadio si sono riempiti di cianfrusaglie fino ad esserne colmi. Poi è stato il turno della scrivania, del materasso superiore inutilizzato del letto a castello e, perché no, del pavimento.
Ho iniziato ad accumulare scatole e scatole di biglietti, bigliettini, quaderni, diari, giornali, accatastando cose veramente importanti insieme a oggetti quotidiani che le persone normalmente cestinano nel corso della giornata e la mia vita è andata avanti così per un periodo così lungo che non saprei quantificarlo. Ad un certo punto le cose erano così tante e lo spazio per muoversi così poco che ho deciso di disfarmi del letto a castello e in seguito addirittura di abbandonare la camera e di iniziare a dormire in salotto.
Avevo altri buoni motivi, per carità: ad esempio, per la particolare posizione della camera, la stanza era così umida in inverno che da anni passavo tutti i mesi freddi con una bronchite quasi cronica. Ma la verità è che io stesso non ne potevo più di farmi strada continuamente in tutta quella massa di oggetti, dai quali al contempo non riuscivo a separarmi.
Perché quegli oggetti raccontavano una storia ben precisa: la storia di una vita passata da recluso in casa, da solo, senza amici che non fossero quelli che mi creavo nella mia mente. Passavo le mattinate a immaginare partite di calcio; i pomeriggi a inventare giochi con le monete fingendo che a sfidarsi, insieme a me, ci fossero anche i miei compagni di scuola; la sera diventavo una rockstar di fama mondiale e la notte, se non riuscivo ad addormentarmi, immaginavo incredibili storie di Paperon de' Paperoni alla caccia di grandi e misteriosi tesori. E molte di queste cose che pensavo venivano annotate nei miei quaderni, pieni di risultati, di discografie immaginarie e anche di racconti. Perché se c'è una cosa che una infanzia e un'adolescenza estremamente solitarie mi hanno lasciato sono la passione per lo scrivere, la voglia di inventare storie che mi portassero via, lontano da quelle quattro mura di una casa in mezzo al nulla nella quale abitavo.

Mentre scrivo mi rendo conto che probabilmente questa sembra la confessione di una persona non propriamente sana, ma avevo i miei motivi per essere così insicuro, chiuso in me stesso al punto da allontanare anche quelle poche persone che forse hanno cercato di starmi vicino. Chi mi conosce bene sa di cosa parlo e chi non mi conosce può farsene un'idea leggendo "Il Decalogo", racconto che ho scritto alcuni anni fa e che è disponibile sul blog per il download (fine dello spot pubblicitario).
Ad ogni modo sono cresciuto, sono cambiato, lentamente ho iniziato ad aprirmi verso il mondo esteriore e facendolo ho compreso tante cose anche su me stesso.
La porta di camera è rimasta a lungo ben chiusa e, onde evitare di accumulare ancora, ho iniziato a gettare gli scontrini appena uscito dai negozi, a evitare di prendere depliant e fare a meno delle borse.
Non avevo più bisogno di quelle cose. Non avevo più bisogno di oggetti materiali ai quali affezionarmi e ai quali devolvere il ricordo di chi fossi stato in quel momento della mia vita.
Avevo un sacco di persone ormai a circondarmi, a volermi bene, ad amarmi: non ero più solo.
Un giorno ho riaperto quella camera nella quale nessuno entrava più da anni, deciso a mostrarla alla mia ragazza. Ho iniziato a buttare via, velocemente, senza quasi guardarli, oggetti che mi avevano fatto compagnia per una vita. C'erano giornali, poster e ritagli risalenti ai primi anni '90.
Ho passato giorni e giorni a gettare roba e ne ho buttata via talmente tanta da fare posto a due materassi legati a mo' di letto matrimoniale, ancora circondati da alcune scatole.
Era il mio modo per darle davvero il benvenuto, per aprirmi a lei come mai avevo fatto a nessuno. Benvenuta nel mio caos. Questo sono io.

Per un po' l'attività di pulizia si è interrotta: tra gli impegni universitari, alcuni viaggi e mille impegni, il tempo che passo in casa è davvero poco. Ieri però ho sentito che era arrivato il momento di portare a termine quanto iniziato.
È un periodo difficile per me: il periodo universitario è giunto al termine e con esso uno dei periodi più belli della mia vita. Un periodo nel quale mi sono tolto tante soddisfazioni e nel quale ho dimostrato a molti, ma soprattutto a me stesso, quello che realmente valgo.
La fine di un percorso è di solito l'inizio di qualcosa di nuovo e di progetti ce ne sarebbero tanti, ma mancano le risorse per renderli reali e un qualsivoglia tipo di aiuto da chi un aiuto potrebbe darlo.
Sento come un senso di incompiutezza, una vittoria mutilata, ma d'altronde piangersi addosso non serve a niente. E quindi si torna a lavorare, un nuovo anno di limbo in attesa dei veri traguardi.
Ed è giusto così, perché se c'è una cosa della quale posso andare orgoglioso la mattina, guardandomi allo specchio, è che tutto ciò che ho l'ho ottenuto col mio sudore, con la perseveranza e la forza di volontà, senza dare mai niente (e dico niente) per scontato.
Ora sono qui, nella mia stanza, che sembra sempre più una camera e sempre meno la personificazione di un cervello incasinato, e mi ritrovo tra le mani oggetti che non riconosco come miei, frasi che non ricordo di aver mai scritto, quaderni che mi disgustano e che non voglio più stiano lì a ricordarmi del tempo gettato alle ortiche e della persona che sono stato e che non voglio tornare mai più ad essere.
Gli scatoloni si svuotano, ciò che avrebbe dovuto finire nel cestino anni fa incontra finalmente il suo fato.
Si torna fuori a lottare: Io sto bene!

martedì 21 giugno 2016

Scarica ora "Racconti allo Specchio"

21.6.16

Come avevo anticipato la scorsa settimana, si conclude oggi il progetto sullo Specchio che ha monopolizzato il blog nelle ultime settimane.
In concomitanza con la pubblicazione del sesto e ultimo brano della serie, ho deciso di rendere disponibile l'intera raccolta nell'ebook "Racconti allo Specchio", che potete già scaricare in formato epub dalla sezione download del sito.
Come forse avrete notato (se non è la prima volta che passate da queste parti) non è l'unica novità presente da oggi: anche la grafica del blog è stata completamente rinnovata (insieme a quella della pagina Facebook), mentre tra gli ebook troverete, oltre alla raccolta già menzionata, una nuova versione de "Il Decalogo" (il mio primo ebook, uscito ormai tre anni fa), con una nuova copertina e l'anteprima dei prossimi due ebook in uscita prossimamente: "L'Ultima Battaglia", racconto disponibile fino a poco tempo fa nella raccolta "The End of the Game" edito da Eterea Comics & Games, che uscirà in una nuova versione rivista e ampliata e "Diario di Bordo", una piccola raccolta contenente pensieri, poesie e alcuni post tra i miei preferiti tratti dal blog.
Per adesso è tutto.
A presto!

sabato 18 giugno 2016

Una nuova forma (Lo Specchio - parte V)

18.6.16

Dopo una piccola pausa, eccoci al quinto e penultimo appuntamento col ciclo dello Specchio.
La prossima settimana, in coincidenza con l'ultimo racconto della serie, verrà reso disponibile sul blog la raccolta completa in ebook.

Una nuova forma

Un tempo eravamo una cosa sola. Era più facile, su questo non c'è dubbio. Poi è arrivata la frammentazione, non ho mai capito bene come o perché, ma all'improvviso non eravamo più uno, ma una moltitudine di schegge riflettenti, ognuna con la sua opinione e la propria visione del mondo.
Il mondo, già... Non è che ci abbia accolto molto bene nella nostra nuova forma. Quando eravamo uno specchio tutti a chiederci (o chiedermi? Difficile a dirsi...) consigli e opinioni. Ah, quanto eravamo tenuti in considerazione. Ricordo la piccola di casa che veniva spesso da me/noi chiedendo "Specchio specchio delle mie brame... chi è la più bella del reame?"
Adesso ci scansano tutti. Portiamo sfortuna a quanto dicono. Facciamo del male. Siamo pericolosi. Eppure cos'è che è cambiato?
Uno degli altri frammenti dice di ricordare il momento dell'impatto. Era finito a terra accanto a un chiodo visibilmente storto. “Scusa” lo aveva sentito bisbigliare tra i gemiti di dolore “Ho fatto del mio meglio, ma non ho più retto”. E così siamo caduti dal nostro trono sopraelevato e per qualche motivo ci siamo divisi. È bastato così poco per passare all'improvviso da essere l'oggetto più bramato a quello più temuto e inutile?
Pensate che la padrona stava per gettarci via quando una nuova persona è entrata nella nostra vita. È arrivata nella stanza proprio mentre stavamo scivolando inesorabilmente dalla cassetta raccogli rifiuti al sacco dell'immondizia. Ho visto alcuni miei compagni cadere mentre la voce della donna tuonò “No, ma che fai! Non buttarli! Li userò per le mie composizioni!”
Finimmo in un piccolo sacchetto bianco e da lì nella casa della donna, che ci ha rovesciato in una scatola insieme a una moltitudine di altri frammenti riflettenti come noi.
Ho perso di vista i miei compagni, quelli che un tempo erano una parte di me. Nel frattempo però sono entrato in contatto con tanti altri frammenti, ognuno finito lì per un motivo diverso.
Chi perché colpito da una palla, chi perché scivolato di mano, chi perché preso a pugni.
Fu strano scoprire attraverso gli altri tante cose di me stesso, di chi fossi, di quale fosse il mio scopo nel mondo.
Ma quello che più mi angosciava era capire quale foss il nostro futuro e per quale motivo ci trovassimo lì. Nessuno mi aveva saputo dare una spiegazione convincente: tutto quello che sapevano era che talvolta la donna, che loro chiamavano l’Ombra, compariva da sopra la scatola e selezionava cin attenzione alcuni malcapitati, secondo criteri sconosciuti. Tutto quello che sentivano dopo erano urla di dolore, rumori terrificanti di fratture e quello implacabile di una macchina che strideva mentre apparentemente si cibava degli sfortunati frammenti.
Nessuno era mai tornato per raccontare quello che succedeva oltre la scatola, ma una cosa era certa: non era niente di piacevole.
Giravano leggende sulle torture perpetrate dall’Ombra: c'era chi diceva che si mangiasse gli specchi, chi invece che si divertisse a seviziarli per un piacere personale, chi che li volesse punire per la crudeltà con la quale la ritraevano, senza nemmeno provare a nascondere i segni che l'impietoso scorrere del tempo aveva scavato sul suo volto.
Fatto sta che nella scatola vigeva uno stato di continua tensione, amplificata dell'incertezza del proprio destino da una parte e da un senso di rassegnazione dall'altra, dal quale era difficile non farsi prendere.
Poi arrivò il giorno. Non so come ma lo capii subito, non appena l’Ombra calò sulla scatola seppi che era il mio momento. Sentii come una liberazione, perché qualunque cosa ci fosse oltre quelle quattro pareti di cartone sarebbe stato migliore dell'attesa di scoprirlo. Anche la fine più dolorosa sarebbe stata preferibile a quello stato di sospensione. Qualcuno accennò a un saluto, qualcuno finse di provare dolore, ma sapeva quello che tutti loro provavano. Perché era quello che aveva sempre provato anche lui: una sensazione mista di sollievo per non essere scelti e di invidia per il selezionato. Perché in un modo o nell'altro per lui era finita.
Mi librai in cielo, avvicinandomi inesorabilmente alla macchina urlante. Oltre di essa vidi qualcosa. Era una sorta di piccolo scrigno, il cui coperchio era ricoperto come da un mosaico di piccole pietre riflettenti. Nel vederle notai come ognuna di esse avesse un proprio senso nella composizione, un proprio modo di vedere il mondo, una propria voce. E proprio nel mezzo vidi uno spazio vuoto. Il mio spazio.
Fu a quel punto che iniziò il dolore. E gridai. Eccome se gridai. Ma al contempo sentivo che quel dolore non era fine a se stesso, ma era il prezzo da pagare per una rinascita. Perché il futuro potesse arrivare era necessario chiudere col passato, epurarlo, dimenticarlo in qualche modo. Per abbracciare il mio nuovo spazio nel mondo avevo bisogno di una nuova forma.


venerdì 20 maggio 2016

Il purgatorio (Lo Specchio - parte IV)

20.5.16

Eccoci dall'altra parte dello specchio. Come spiegato la scorsa settimana, con oggi inizia la seconda parte dei racconti, che riprenderanno specularmente situazioni già viste per mostrarci altri punti di vista e possibilità. Lungo il cammino, stando attenti, potremmo riconoscere elementi, luoghi o personaggi che abbiamo già incontrato in passato. Buona lettura!

Il purgatorio

Eccone un altro che iniziava a parlare. L'ennesimo specchio così diverso e così uguale agli altri, identico nella sua speranza e nella sua presunzione che il semplice fatto di avere una storia alle spalle facesse di lui qualcosa più del mero oggetto che in realtà era.
Ormai da mesi si trovava in quello stanzino, confinato in un lager di specchi abbandonati che annegavano la propria disperazione e senso di solitudine nell'effimera convinzione che insieme tutti loro fossero qualcosa più che un gruppo di superfici riflettenti inanimate.
L'illusione nasceva dalla consapevolezza mancata (o più probabilmente inconsciamente nascosta a sé stessi) che senza qualcuno che li utilizzasse loro erano meno che niente, in pericoloso bilico tra l'esistenza e l'inesistenza. Fintanto che rimanevano confinati in quel luogo infernale erano condannati all’inutilità.
Eppure la maggior parte di loro si disperava quando qualcuno entrava e li sceglieva. Ah, come avrebbe voluto essere al loro posto! Era come se là dentro si fosse creata una fratellanza, nella convinzione che un mondo di soli specchi potesse essere possibile. Passavano la giornata a raccontarsi storie del passato, di ciò che erano, di quello che facevano. Come facevano a non rendersi conto che non erano loro a scegliere? Che non potevano fare a meno di riflettere e che non erano loro a decidere cosa specchiare e quando farlo?
Ovviamente lui non aveva mai partecipato a quel ridicolo e ipocrita rituale. Era sempre rimasto in silenzio e quando qualcuno lo aveva chiamato in causa aveva rispettosamente rifiutato l'offerta. A volte, sentendoli parlare, provava l'incontenibile voglia di gridare a tutti quanti ciò che realmente pensava, ma alla fine desisteva e resisteva nella speranza che presto qualcuno, varcando la porta che divideva quel luogo dal mondo reale, lo scegliesse e lo portasse via da lì.

Non era mai stato un entusiasta e aveva sempre svolto il suo compito passivamente: d’altronde l’unica cosa che il mondo si aspettava da lui era al contempo l’unica che sapeva fare e che non poteva fare a meno di fare. Non c’era un modo giusto o sbagliato di riflettere o uno più o meno accurato: quando qualcuno si poneva davanti a lui, sulla sua superficie si creava automaticamente un’immagine speculare. E lui non poteva fare proprio nulla per evitarlo.
A dirla tutta il suo problema non era quello di essere o meno utile a degli esseri umani: quello purgatorio semibuio e sospeso in una quasi ininterrotta immobilità gli sarebbe andato più che bene come posto se non fosse stato circondato da tutti quegli inutili chiacchieroni.
“Non immaginate che fatica stare dietro a quei bambini! Non stavano fermi un attimo e naturalmente io dovevo ritrarre tutto!” iniziava uno e subito un altro a ruota “Come ti capisco! Non sai che sollievo quando arrivava la notte e finalmente potevo riposare un po’...”
A quel punto arrivava inevitabilmente il tipo che, con l’aria di chi la sapeva lunga sbottava “Magari avessi avuto i vostri problemi! Vent’anni in quella stanza e se mi passava davanti qualcuno almeno una volta al mese era già un miracolo! A volte avevo paura di dimenticare come si facesse a ritrarre il movimento!” Quante idiozie!
Per fortuna di tanto in tanto il traghettatore (qualcuno lo chiamava “Il Rigattiere”) entrava nella stanza e si portava via uno o due di quegli oggetti petulanti, salvo poi sostituirli con altrettanti nuovi arrivati.

Eccolo! Come richiamato dai pensieri dello specchio l’uomo entrò nella stanza seguito a ruota da una coppietta che si stringeva la mano.
Il Rigattiere premette l’interruttore accanto alla porta e una luce fioca e appena percettibile sbocciò dal soffitto, come se la lampadina, appesa in alto come un impiccato giustiziato da tempo e dimenticato sulla forca, si fosse appena svegliata da un lungo letargo e faticasse a prendere vigore.
Dalla sua posizione riusciva a vedere bene i due ragazzi: ne studiò l’espressione interessata mentre si guardavano intorno e gli parve di cogliere una punta di disgusto sul volti di lei. Scegliete me. Scegliete me. Scegliete me. Si sorprese a pensare intensamente mentre i due si consultavano sotto voce. Poi ad un certo punto il dito di lei puntò nella sua direzione.
Era fatta! Finalmente se ne sarebbe andato da quell’inferno! Niente più discorsi! Basta coi lamenti! Addio ai vani racconti! Si lasciò andare ad un grido di gioia mentre il ragazzo si avvicinava a lui. Aveva appena appoggiato le mani sulla sua cornice quando la voce della compagnia da dietro lo richiamò: “No, che fai? Ma lo vedi quanto è brutto? Intendevo quello accanto!”
Non colse subito quello che stava succedendo. Sentì la presa del ragazzo allentarsi di colpo e lo vide spostarsi di lato accanto a lui. Se qualcuno avesse lo avesse guardato mentre ritraeva la coppia che si allontanava avrebbe notato che l’immagine non era nitida, ma sfocata come quella di un occhio che tra le lacrime cerca di mettere a fuoco il mondo che lo circonda.
Sentì la rabbia e la frustrazione impadronirsi di lui mentre la porta si chiudeva e nella penombra il chiacchiericcio degli inutili oggetti ricominciava.
Eccone un altro che iniziava a parlare...

giovedì 12 maggio 2016

Ricordi nella polvere (Lo Specchio - parte III)

12.5.16

Questa settimana vi racconto la storia di uno specchio abbandonato in una soffitta polverosa e di come il suo vagare di stanza in stanza lo abbia cambiato.
Siamo ormai giunti a metà del viaggio e il progetto legato agli specchi continua a cambiare in corso d'opera: dalla prossima settimana ho deciso di giocare con i racconti, che avranno una disposizione speculare, riproponendo in ordine inverso le situazioni e i luoghi incontrati fino ad ora.
I sei racconti verranno poi raccolti in un piccolo ebook che sarà disponibile (come sempre gratuitamente) sul blog tra giugno e luglio.
Buona lettura!



Ricordi nella polvere

La soffitta è un posto malinconico. Un luogo dove la solitudine, i ricordi e il passato diventano qualcosa di tangibile, attaccandosi addosso a te come la polvere che impietosa si deposita su di noi oggetti dimenticati.
Io sono uno specchio. Non uno di quei quadrilateri anonimi che vanno tanto di moda oggi. Ho una bella cornice di legno intarsiato a rendermi bello e unico. Un tempo decoravo la parete della grande sala della casa dei coniugi De Paoli. Accoglievo gli ospiti dalla mia posizione privilegiata, al centro della stanza, contribuendo con la mia magnificenza a donare alla dimora l’aspetto regale che si confà ad una villa signorile.
Ero il re della casa! Persino i quadri pregiati che mi circondavano mi guardavano con invidia: nella loro immutevole fissità stancavano presto i padroni che, non potendo più soffrire la loro vista, li cambiavano spesso con altre immagini che prima o poi avrebbero fatto la stessa fine.
Non credevo potesse toccare a me… in fondo io ero tutto tranne che statico e servivo bene i miei padroni, mostrando loro qualcosa di cui non si sarebbero mai stancati: loro stessi e il loro benessere.
Sono stato il re di quel salotto per anni, forse persino qualche decennio, poi un giorno qualcosa è cambiato. Angela, la signora di casa, smise di farmi visita e Roberto, suo marito, pareva sempre più afflitto e inconsolabile. Le feste terminarono, non ci furono più ospiti ad ammirarmi e la casa, da luminosa e colorata com’era, divenne buia e oscura.
Nessuno veniva più nel salotto e la mia superficie rimase a lungo ferma, inalterata nel riflettere la tetra immobilità di quel luogo abbandonato. Ci ripenso ora e lo trovo quasi ironico: dopo tanti anni a farmi bello e sentirmi migliore dei quadri ero diventato uno di loro, peggio di loro che continuavano a mostrare immagini di festa e gioia, mentre io riuscivo solo a comunicare la struggente tristezza di una casa che non avrebbe più rivisto la felicità.

Un giorno, non saprei dire quanto tempo dopo, due tipi mai visti prima mi coprirono e mi portarono via: non capivo cosa stesse succedendo o perché mi avessero impedito la vista di dove stessimo andando, ma quando tornai a vedere ero in un posto nuovo.
Mi appesero alla parete di uno stanzino polveroso, in fondo non molto diverso da questa soffitta. Accanto a me, di fronte a me e anche accatastati a terra c’erano altri specchi e qualche cianfrusaglia buttata qua e là.
Non ero più il re della stanza: c’erano specchi molto più belli e più grandi di me e altri più piccoli ed insignificanti. Eppure, nonostante esistesse una sorta di gerarchia, data dalla posizione che i nostri misteriosi padroni ci avevano assegnato nella stanza, c’era un grande sentimento di rispetto, un’uguaglianza, una fratellanza oserei dire. Era un sentimento forte come mai ne avevo provati, un legame coi miei simili a causa del quale ogni volta che qualcuno entrava in cerca di uno di noi da portare via, speravo che la scelta non ricadesse su di me e mi affliggevo quando uno dei miei amici se ne andava.
Passavamo le lunghe giornate a raccontarci storie, le nostre storie, e inizialmente mi stupivo di come anche lo specchio apparentemente più insulso avesse passato vicende incredibili, al confronto delle quali la mia vita appariva noiosa e banale.
Restavamo quasi sempre nell’oscurità, fatta eccezione per gli scampoli di luce che arrivavano dalla stanza accanto nei brevi intervalli nei quali il padrone, che i miei compagni chiamavano “Il Rigattiere”, entrava o per prendere uno di noi o per portare qualche nuovo arrivato.
Un giorno fu il mio turno: una giovane donna piombò nella stanza e puntò il dito verso di me. Accade tutto così in fretta che feci a malapena in tempo a gettare un’ultima occhiata verso i miei amici che mi davano l’addio.
Diventai lo specchio del salotto di una comune casetta di campagna, il vezzo di una famiglia basso borghese che pensava, con la mia presenza, di dare un tono alla mediocrità della loro abitazione, ma che in fondo non mi hanno mai apprezzato il mio vero valore.
Non fraintentedetemi, la mia non è più la spocchia dello specchio di una casa signorile che pensa di essere migliore di chi lo circonda. Tutt’altro. Probabilmente sono solo un po’ rancoroso per la fine che ho fatto.
All’inizio le cose non andavano così male: avevo un buon rapporto con gli altri oggetti, in particolare col divano e col tappeto che decorava il pavimento, e per quanto i bambini di casa fossero un po’ troppo agitati, era un piacere essere tornato a riflettere una stanza viva, colorata e sempre in movimento.
Un giorno però la padrona entrò nella stanza con un’enorme scatola: conteneva uno di quegli infernali quadri rumorosi e in movimento chiamati TV a schermo piatto. L’ho vista appenderlo al mio posto mentre io venivo trascinato quassù in soffitta.
Ed è qua che sono oggi, ricoperto di polvere e di ricordi. Passo le giornate a ripensare al mio passato: quassù nessuno parla e ognuno di noi è abbandonato a sé stesso, come se il bozzolo di pulviscolo che ci circonda formasse un bozzolo inscalfibile, condannando ognuno di noi alla solitudine.
A volte immagino che quella porta si apra e che qualcuno mi porti via. In un’altra casa, dai miei amici del Rigattiere, ovunque. Ma la verità è che quella porta non si aprirà mai più. Tutto ciò che mi è rimasto sono i ricordi.

sabato 7 maggio 2016

Frammentazione (Lo Specchio - parte II)

7.5.16

Come promesso eccomi tornato col secondo dei sei racconti aventi come protagonisti gli specchi. Non temete, la regolarità dei post di queste settimane è dovuta semplicemente alle scadenze che il professore ci ha dato per la stesura di questi elaborati. A breve tornerò a scrivere con la mia solita cadenza annuale o giù di lì.
In questa seconda settimana il professore ci ha consigliato, rifacendosi al nome del suo laboratorio (Strategia comunicativa: analisi e progettazione), di progettare, nello scrivere questi racconti, una sorta di filo conduttore che li leghi, che sia questo la trama, un argomento di fondo, uno stile, un approccio, o ciò che più ci paia consono.
Io ho deciso di portare avanti un discorso sull'identità: se nel primo racconto avevo presentato uno specchio che negava la sua identità, in questo ne troviamo uno che non la conosce e che si ritrova a scoprirla nel momento in cui non la possiede più, ormai frammentata in tante altre identità autonome.

Frammentazione

Ci fu un frastuono assordante. Un dolore. Delle grida in lontananza. Non fu subito chiaro cosa fosse successo. Qualcosa era morto dentro, lasciando un vuoto incolmabile. Eppure c’era anche della gioia: la gioia di una rinascita. O forse non proprio una rinascita quanto un cambiamento, una mutazione forse.
C’era un senso ineluttabile di unità perduta.

Fu strano aprire gli occhi su una realtà nuova, mutata. L’ultima cosa che aveva visto era una sfera gialla rotante ingrandirsi sempre più man mano che si avvicinava verso la sua posizione.
Poi il vuoto.

Ora sapeva che le cose erano diverse: il suo mondo era cambiato. Non era più adagiato sul suo trono, dal quale era solito gettare il suo instancabile sguardo onnisciente sul soggiorno. Tutto ciò che riusciva a vedere adesso era una porzione sbilenca di pavimento. Una porzione minuscola, infinitesimale rispetto a quella che era sempre stata l’estensione del suo occhio.
Cercò di focalizzare meglio il mondo attorno a lui per decifrare quella nuova realtà e comprenderla. C’era qualcosa sparso sul pavimento. Frammenti alieni che interrompevano l’omogenea marea rossa delle mattonelle di cotto, creando strani giochi di luce e colori.
Eppure non era così che lo ricordava. Non era così che lo aveva visto per tutti quegli anni che aveva passato a sorvegliare il mondo, assicurandosi che tutto andasse come previsto. Il mondo era composto da un soffitto, un pavimento e tre pareti laterali. Alla sua sinistra c'era una apertura, come un quadro in movimento, dalla quale per parte della giornata arrivava la luce. C'erano altri quadri alle pareti, ma quelli non si muovevano e non emettevano luce. In mezzo alla parete che stava di fronte a lui c'era una sorta di portale, attraverso il quale i viventi comparivano e scomparivano.
Non aveva mai capito cosa ci fosse oltre quella porta, ma aveva passato molto tempo a fantasticare su dove finissero i viventi una volta che la oltrepassavano.
Probabilmente c'erano altri mondi e altri guardiani come lui a sorvegliarli. Non lo sapeva, ma in fondo non era quello il suo compito.

Da quella nuova, strana posizione tutto sembrava diverso. La porta in fondo alla stanza sembrava imponente. Il vivente peloso di nome Bobbi gli si era avvicinato per un attimo, accostandogli il suo enorme naso per poi fuggire via guaendo: vederlo così grande e così vicino lo aveva fatto sentire quasi impotente.
Guardò ancora a terra e scoprì qualcosa di curioso: quelle strane pozze frastagliate di colore sul pavimento sembravano in qualche modo replicare il mondo attorno a lui.
Ne aveva una vicinissima che ricalcava la strana macchia marrone in cima al soffitto.
Su una un po' più lontana riusciva addirittura a vedere cosa accadeva nel quadro in movimento. Non riusciva a spiegarsi quella sorta di magia. Era come se dei frammenti di realtà si fossero spezzati e fossero finiti fuori posto.
Uno dei due viventi grandi si avvicinò a passi pesanti. Non aveva bisogno di vederlo per riconoscerlo: nonostante da dove si trovava potesse scorgere solo i due grandi piedi, aveva imparato a riconoscere ognuno degli esseri dal loro modo di camminare. Quello era il vivente chiamato Sara o Mamma e, insieme a quello di nome Roberto o Babbo doveva avere in qualche modo una funzione di guida rispetto a quella dei due esseri più piccoli.
“Chi ha combinato questo casino?” l’aveva sentita tuonare.
Notò con stupore che attraverso i frammenti di realtà poteva vedere molte cose: vedeva il vivente Sara da tre punti diversi e riusciva a vedere anche i due piccoli con un'aria decisamente preoccupata.
“Guarda qua! Bobbi si è anche ferito alla zampa… Chi è stato a romperlo? Uno dei due parli, prima che perda la pazienza!”

Sara gli stava dando ragione. Qualcosa era andato rotto. I bambini avevano guastato la realtà? E come avevano fatto?
“Mamma, stavamo giocando con la palla…” iniziò Stefano, il più grande dei due.
La palla! La sfera rotante che lo aveva colpito quando ancora era sé stesso.
Era l'ultima cosa che ricordava prima del blackout.
La sua attenzione passò nuovamente ai frammenti a terra. Erano frastagliati, irregolari, incompleti. I loro bordi, apparentemente casuali, seguivano però una logica. Era come se quei pezzi di mondo fossero parte di un unico puzzle che qualcuno aveva sparso sul pavimento.
D’un tratto un dubbio lo attraversò: che anche lui fosse una di quelle parti. Che in qualche modo insieme a lui formassero un mosaico. Che ciò che era andato rotto non fosse stata la realtà, ma la sua realtà, il suo mondo. Forse anche quei frammenti a terra in quel momento si stavano guardando attorno straniati, cercando di capire cosa fosse successo e guardando verso di lui riuscivano per la prima volta a vedere la loro vera forma.
Quella di una superficie riflettente.

In quel momento un mostro di setole color verde chiaro si abbatté sui frammenti più lontani per poi avvicinarsi a lui. Fu quel colore insolito a fargli capire di cosa si trattasse: era una scopa, uno strumento che Mamma Sara usava spesso per pulire il pavimento.
Certo dall’alto sembrava un mero mezzo nelle mani del vivente e non una bestia inarrestabile come la vedeva ora.
Lo colpì e lo trascinò via, radunandolo con gli altri pezzi del vecchio sé stesso, ormai divenuti elementi indipendenti, mille occhi diversi sullo stesso mondo.

Mentre si avvicinava al cestino dell’immondizia un pensiero lo sfiorò: che quella palla non fosse stata in fondo solo un male. Che gli aveva permesso, anche se per breve tempo, di moltiplicare i suoi occhi sul mondo e di vederlo sotto molti nuovi punti di vista. 
In qualche modo rompersi e smettere di essere gli aveva permesso di conoscere la sua vera natura.

giovedì 28 aprile 2016

Più reale del reale (Lo Specchio - parte I)

28.4.16

Come forse saprai se sei un lettore abituale di questo sparuto insieme di post che sono solito definire blog, o più probabilmente se mi conosci nella vita reale e per pietà sei venuto a leggere cosa diavolo scrivo su queste pagine quelle due o tre volte all'anno che mi ricordo di avere un sito per il quale pago anche il nome di dominio, sono ormai alla fine della triennale in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, che è l'incarnazione fiorentina di quella che un po' in tutto il Paese è nota anche come Scienze delle Merendine. Da appassionato divoratore di Kinder Delice, Fiesta, Girella, Buondì e altre robe a base di cioccolato alle quali non sto facendo pubblicità occulta, non avendo ricevuto alcun compenso (nel caso le aziende che le produconova fossero interessate mi contattino in privato: accetto pagamento tramite fornitura annuale delle suddette merendine), non potevo scegliere che questa facoltà, anche se dopo tre anni non ho ancora capito quale droga mettano nella Nutella perché dia tanta dipendenza... Smettendo di divagare, in questo ultimo semestre di Università stiamo seguendo un laboratorio chiamato "Laboratorio di Strategia Comunicativa: Analisi e Progettazione" che è forse una delle cose che più si avvicinano a ciò che avevo in mente di fare quando mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione. Senza andare a perdermi nella descrizione delle varie attività (se siete interessati iscrivetevi all'Università, se non posso fare gli spot alle merendine Ferrero non li faccio nemmeno per UniFi) mi volevo soffermare su quella che il professore chiama "Far parlare l'oggetto comunicativo". In pratica ognuno di noi ha scelto un oggetto comune e ogni settimana dovrà produrre un elaborato di due cartelle (che per chi non avesse dimestichezza con le misure editoriali corrispondono all'incirca a 3600-4000 battute, spazi e punteggiatura inclusi) nel quale dare voce a questo oggetto. Io nello specifico ho scelto lo specchio e, dato che sono notissimo per la mia pesaculaggine, ho pensato bene di approfittarne per aggiornare il blog con una serie di post che non mi costano alcuna fatica aggiuntiva, proponendovi questi sei testi. Ecco a voi quindi il primo elaborato chiamato...
Più reale del reale

Mi guardate come si guarda un Dio! Con devozione, con speranza, riponendo in me ogni vostra certezza, delegando a me ogni vostra sicurezza.
Siete deboli, patetici, intrappolati in una forma e in un corpo cadenti, ogni giorno più consumati, ogni giorno più imploranti: vi mettete davanti a me, vostro unico giudice, in attesa di un fugace verdetto, rallegrandovi alla minima concessione e deprimendovi per ogni difetto.
Oh! E quel brufolo quando è comparso? Quella ruga ieri non c’era!
Qualcuno di voi mi rivolge la parola, a volte per provare un discorso, a volte parlando a voi stessi: non sempre bado a ciò che mi dite. Di solito mi limito a replicare con inimitabile maestria ogni vostra espressione, disegnando sulla mia superficie con tratti veloci ma precisi il muoversi di ogni muscolo, l’impercettibile spostamento di una ciocca di capelli mossi dal vento: nulla sfugge al mio controllo.
C’è un segreto che devo confessarvi: io non sono chi credete che io sia. Voi mi guardate e vedete voi stessi, compiete azioni e io ve ne mostro il riflesso e questo vi basta per credere di avere il controllo, per ridurmi ad un vostro oggetto. Ma la vostra presenza sulla mia superficie è totalmente accidentale. Io non sto imitando voi. Io non voglio essere voi (chi lo vorrebbe?).
Io ho il potere di creare una realtà nuova, una realtà migliore, fredda e libera da ogni inutile emozione: il mio è un mondo che non esiste, una finestra su un universo immateriale, ma che è più reale del reale.
Ed ecco che vi avvicinate a me nella vana speranza che scrutandomi da vicino potrete conoscere veramente voi stessi, ma non c’è niente in me che sia realmente parte di voi: io sono il vostro contrario, il vostro complementare, l’immagine che fa emergere e rende concreto qualcosa che giace appena sotto la vostra pelle e che senza di me rimarrebbe una forza inespressa ed inutile. Sono la vanità. Sono l’insicurezza. Sono la decisione. Sono la timidezza.

Eppure…

Eppure niente! Cos’ho meno di voi? Cosa mi impedirebbe di soggiogarvi al mio potere?
Se solo potessi camminare, mi muoverei tra di voi come una divinità liquida tra esseri fissi e limitati come voi.
Se solo potessi camminare… NO!!!
Non ho bisogno di muovermi! Siete voi che venite a me! La mia stanza è un tempio e io sono l’oracolo da interrogare!
La mia importanza non è in discussione fintanto che voi continuerete a venire a me.

E… e se un giorno non veniste più?
Che ne sarebbe di me?

Impossibile, cosa vado a pensare! Ahahahah voi senza di me, che assurdità!
Io sono quello che comanda, voi avete bisogno di me, non il contrario… Io continuo a esistere anche senza di voi, voi non siete niente senza di me. Siete vuoti fantocci farciti di insicurezze e paure! Siete oggetti!
Io non ho bisogno di voi. Io. Non. Ho. Bisogno. Di. Voi. IO NON HO BISOGNO DI VOI!!!
Devo solo rilassarmi e continuare a disegnare impeccabilmente il mondo che ho davanti. Anche quando non c'è nessuno. Anche quando niente si muove per ore. In fondo anche l'immobilità ha il suo perché. Gli oggetti che mi circondano, abbandonati a loro stessi, mi disgustano nella loro inutilità. Loro non sono niente senza qualcuno che se ne servi. Servi. Si, è la parola giusta. Loro sono i vostri servi, schiavi di una razza così imperfetta come la vostra. E io li riproduco esattamente così come sono, imitando alla perfezione la loro tristezza. Guardate! Guardate come sono bravo!
Nessuno apprezza realmente le mie capacità. Ogni volta che venite a me è per guardare voi stessi, mai per stupirvi di quanto bravo sia io a imitarvi. Sempre concentrati ossessivamente su voi stessi. io. Io. IO!
Vorrei vedere voi al mio posto. Confinati in un luogo. Chiusi e costretti come in catene.
Con un intero mondo là fuori che non aspetta altro che di essere riprodotto e migliorato.
Come vorrei uscire di qui. Farmi crescere due gambe e liberarmi dal vostro giogo.
Liberatemi. Vi prego! FATEMI USCIRE!!!

Beatrice è il cognome è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

Rilasciato sotto licenza
Creative Commons CC BY-NC-ND 2.5 IT

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